Giornata Internazionale della Donna
8 MARZO, 2024
Enna, Teatro F. P. Neglia

“Il Femminile, tra reciprocità e solidarietà, verso la pari dignità”

La Giornata odierna impone di fermarsi e di discernere i segni dei tempi. Nel giorno della Festa della Donna “guardiamo al Femminile” con sguardo libero e responsabile, riconoscenti per tutte le pagine di vita nuova che dalle donne sono state scritte e, al contempo, dolenti per tutte le mancanze e le colpe che permangono nella cultura dominante, proprio all’indirizzo della donna.

Uno sguardo che vorrei definire “trasfigurato”, di chi ha fede in Dio e fiducia nell’uomo; uno sguardo generoso, plasmato d’amore, su un’umanità fatta di donne ferite da un egoismo generazionale che ancora impera per mancanza di vero amore.

Santa Teresa di Calcutta era solita dire: “Io sono solo una povera donna che prega. Pregando Dio mi mette il suo amore nel cuore” 1.

Che rivoluzione d’amore questa “povera donna”, dal basso, è riuscita ad operare!

Rifugiamoci nelle parole di un uomo che ha cambiato la storia alla fine di un millennio, il Pontefice che ha riscritto “la grammatica del femminile”, che ha alzato la voce contro tutte le discriminazioni e svilimenti dell’umano: san Giovanni Paolo II.

Egli scrive nella Lettera Apostolica sulla dignità e vocazione della donna:

“La dignità della donna viene misurata dall’ordine dell’amore, che è essenzialmente ordine di giustizia e di carità. L’amore è un’esigenza ontologica ed etica della persona. La persona deve essere amata, poiché solo l’amore corrisponde a quello che è la persona. Se non si ricorre a quest’ordine e a questo primato, non si può dare una risposta completa e adeguata all’interrogativo sulla dignità della donna e sulla sua vocazione. Quando diciamo che la donna è colei che riceve amore per amare a sua volta, non intendiamo solo o innanzitutto lo specifico rapporto sponsale del matrimonio. Intendiamo qualcosa di più universale, fondato sul fatto stesso di essere donna nell’insieme delle relazioni interpersonali, che nei modi più diversi strutturano la convivenza e la collaborazione tra le persone, uomini e donne. In questo contesto, ampio e diversificato, la donna rappresenta un valore particolare come persona umana e, nello stesso tempo, come quella persona concreta, per il fatto della sua femminilità”2.

L’ordine dell’amore

Dunque, insegna Papa Wojtyla, “l’ordine dell’amore” è il criterio qualitativo della dignità della donna.

Quando questo bene manca, quando questo fondamentale apporto della donna vacilla, l’umanità, la società, lo Stato sono in deficit d’amore e scontano un prezzo altissimo.

Harriet Beecher Stowe, scrittrice e attivista statunitense, autrice del celebre romanzo La capanna dello zio Tom, promotrice della causa abolizionista, scrisse: “La donna ha in cuore una fonte di forza che gli uomini non conoscono. La forza della donna viene dalla consapevolezza della sua moralità e del suo impegno verso il giusto”3.

Un mondo senza amore è assai triste.

Un mondo che rinuncia al genio femminile, alla capacità generativa, creatrice, innovatrice che è propria della donna, sarà sempre più povero e insignificante.

Questo “ordine dell’amore” va promosso e realizzato a tutti i livelli: nel matrimonio, nel celibato, nella maternità, nell’impegno sociale, nel campo della vita nazionale e internazionale.

Oggi, più che ieri, nel tempo della cultura dell’effimero, del superfluo, del provvisorio, del banale, dell’indifferenza – caratteristiche della post-modernità, con tutte le sue contraddizioni – è necessario ribadire che vocazione e missione della donna, specie cristiana, è far sì che il tessuto culturale e sociale siano ancora performati da una verità fondamentale: l’amore di relazione è una esigenza ontologica della persona.

Ogni persona deve sentirsi amata e capace di amare, perché solo l’amore corrisponde a quello che ogni persona, nella sua diversità fisiologica, ontologicamente è.

Per il Magistero della Chiesa la donna rappresenta un valore universale e particolare come persona umana, come persona concreta, nell’unicità del proprium del Femminile. Una sfida che riguarda tutte le donne, indipendentemente dal contesto culturale in cui  ciascuna di esse si trova e dalle caratteristiche spirituali, psichiche e corporali della donna stessa: dall’età, l’istruzione, la salute, il lavoro, dal suo essere sposa o nubile.

Questo inserimento dell’”ordine dell’amore”, da parte delle donne, nei vari tessuti della  società e della Chiesa è la novità indicata da san Giovanni XXIII quale missione e presa di coscienza della dignità della donna, specie se – come sempre più riscontriamo – “il concetto di amore riveste angolature ambigue ed estetico-utilitaristiche”4.

Del resto, come dimenticare che i Padri Conciliari affidarono alle donne, quale “apostolato urgente e prezioso, l’educare alla pace”5.

Con papa Francesco, educare all’amore è educare alla pace, come rimozione delle ingiustizie che permangono nel genere umano.

Fare dell’amore “il vincolo sociale”, significa generare giustizia, quella carità che promuove  l’uomo nella sua dignità inalienabile e immarcescibile.

Così oggi in Papa Francesco6; ancor prima nel servo di Dio don Luigi Sturzo, nel beato Giuseppe Toniolo, nel venerabile Giorgio La Pira7.

Il Magistero contemporaneo chiede alla donna di prendere coscienza e di stigmatizzare la mentalità corrente, che considera l’essere umano non come una persona ma come una cosa, come oggetto di compra-vendita, a servizio dell’interesse egoistico e del suo piacere. È triste e paradossale constatare che la prima vittima di tale mentalità finisce con l’essere la donna stessa, se lo slogan liberatorio sessantottino “l’utero è mio e lo gestisco io” si è tristemente evoluto in “l’utero è mio e lo metto in affitto!”.

È significativo ricordare che il nostro Continente europeo ha tre donne cristiane compatrone: Santa Caterina da Siena, Santa Brigida di Svezia e l’ebrea filosofa Edith Stein, convertita al Cristianesimo e divenuta Santa Teresa Benedetta della Croce, martire della Chiesa contemporanea.

A Lei dobbiamo lo sviluppo della cosiddetta “teologia della donna8, la cui cifra rilancia il “Femminile” sul “Femminismo” e precisa la “vera rivoluzione dell’amore” di cui le donne dovrebbero essere protagoniste nel tempo della crisi del maschile e del femminile.

Le pagine della Stein profumano di vita, perché generate in un campo di concentramento dove Edith poi morirà: l’uomo e la donna sono votati a riempire, in modo proprio e singolare, la loro duplice missione che, da un lato, consiste nell’essere creatura assimilabile al Creatore, al Dio-amore e, dall’altro, di educare la posterità all’alterità dell’amore. Il Femminile, in sintesi, è la chiave per comprendere la capacità dell’umanità di amare e di connettersi a Dio che per amore crea e per amore salva.

Femminismo – Femminile. Una rilettura in discontinuità

È possibile rileggere più profondamente il Femminismo e immettervi un’ispirazione spirituale alla luce del pensiero cristiano sul Femminile, riascoltando alcune voci che del Movimento femminista sono state alta espressione?

Ritengo di sì e credo anche che sia un gesto provvidenziale per riscattare l’impegno di tante donne sinceramente vocate alla difesa e alla promozione della donna e del Femminile.

La giovane e pluripremiata scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie – a cui si deve lo slogan: “We should all be feminists” (“Tutti dovremmo essere femministi”) – afferma: “Il femminismo è, in sostanza, l’idea che le donne siano persone complete, uguali agli uomini”9.

Realismo vuole che si dica, alle radici storiche per le quali la Festa della Donna fu istituita, che il lavoro da fare per la formazione di una coscienza sociale fondata sulla pari dignità  dell’uomo e della donna è ancora tanto e in tante direzioni: uomo e donna hanno bisogno di essere valutati e apprezzati nella loro condizione creaturale.

Dunque, occorre ribadire l’identità personale e dialogica dell’uomo e della donna nella comune e irrinunciabile dignità integrale e trascendente.

Sottolineo la parola “trascendente”, perché fieramente stiamo esiliando Dio “come un intruso”10.

Don Luigi Sturzo indicava nell’espulsione dell’amore di Dio dalla storia la causa prima dei mali sociali che hanno portato ai totalitarismi del Novecento: Dio e le sue leggi divine e naturali, quelle che regolano la creazione e il nostro orizzonte umano, quei principi che sono iscritti nel cuore della storia e nell’intimo delle coscienze.

Ci stiamo sbarazzando del trascendente nell’ordine delle relazioni umane, dei vincoli umani e sociali con disarmante superficialità etica, in nome di una modernità che nel dirsi sempre più atea in realtà si dimostra irragionevole e ingannevole, incapace di un pensiero che sappia davvero essere fonte di liberazione dell’uomo, dei mali che lo affliggono; un uomo, guardatelo bene, che, sembra sempre più la controfigura di se stesso, l’antitesi del disegno creaturale di Dio.

Sono ancora tante, troppe, le mancanze che nel mondo la condizione della donna registra: svilimento della sua identità, mortificazione della sua cittadinanza attiva, sfruttamento, asservimento, schiavitù, violenza, morte.

Non sto qui a snocciolare i numeri delle sofferenze e delle tragedie discendenti dal mancato rispetto dei diritti legati all’universo femminile, né a rubricarli in chiave culturale, religiosa, sociale.

Piuttosto vorrei richiamare, in breve, ciò che il Magistero sociale della Chiesa ha costruttivamente operato e opera per la promozione e la salvaguardia della donna, favorendo uno degli approcci più attenti e rispettosi del femminile e dei suoi diritti nativi.

Ne sono testimone, essendo stato Consultore, per 10 anni, del Pontificio Consiglio per i Laici, il Dicastero Vaticano che aveva al proprio interno una Sezione “Donna”, un Ufficio che ha prodotto attività accademiche di studio, di aiuto, di sostegno all’universo Femminile di altissimo valore teologico, filosofico, antropologico, sociale e politico in tutto il mondo.

Come Rappresentante speciale dell’OSCE per i Diritti Umani e per le Discriminazioni religiose, nel 2018, anno della Presidenza Italiana, ho visitato 26 Paesi dei 52 che fanno la Regione OSCE nel mondo: ho visto con i miei occhi e toccato con le mie mani le ferite di un mondo femminile abbandonato alla prepotenza e all’ignoranza umana.

Sì, prepotenza e ignoranza umana, due terribili mali, originati da sistemi politici che, in nome della democrazia, stanno inoculando un’orribile cultura di morte che avvelena le nuove generazioni e pregiudica il destino pacifico dei popoli; da pseudo-fedi che in nome di Dio lo offendono anziché onorarlo, politicizzando la dignità dell’uomo; da ideologie e tendenze culturali che stanno svilendo l’umano, snaturando la straordinaria ricchezza e originalità del maschile e del femminile, dunque del paterno e del materno, in una relazione  di dialogo e reciprocità che manca al mondo come il calore al fuoco, come l’ossigeno all’aria.

Pensando all’impegno del Movimento Femminista per la promozione della soggettività del femminile, la celebre scrittrice inglese Rebecca West, una delle più importanti figure intellettuali del ventesimo secolo, impegnata nelle cause femministe e nella difesa dei principi liberali, un giorno disse: “Io stessa non sono mai stata in grado di scoprire cosa sia esattamente il femminismo; so solo che la gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti umani che mi differenziano da uno zerbino”11.

C’è un lungo cammino da fare perché siano pienamente riconosciuti e rispettati i diritti delle donne nelle religioni, nelle culture, nelle legislazioni.

Una sfida che non risparmia alcun Paese del mondo, Italia inclusa.

Urge un cambio di mentalità, una riflessione e un’azione che favoriscano la partecipazione attiva e responsabile della donna a tutti i livelli della vita civile, una partecipazione reale ed effettiva all’elaborazione delle decisioni che la riguardano in tre ambiti dove permane discriminazione: l’educazione, la politica e l’economia; una riflessione e un’azione che mirino promuovere la maternità e la missione della donna nella famiglia così fortemente svalutate e ideologizzate.

Rimane il fatto che dalle donne impariamo “l’arte di vivere”; molto più degli uomini, le donne testimoniano come sia possibile “vincere il male con il bene”12, come possano “risplendere le armi della luce sulle tenebre del male”13.

C’è un “genio femminile”, ancor più “i carismi femminili”, per usare un’espressione coniata da san Giovanni Paolo II14, che sono ancora tutti da apprezzare e da valorizzare per il bene dell’umanità.

La femminista newyorkese Carol Gilligan, ancora vivente e prossima ai cento anni, studiosa di etica, che ha approfondito con acume la teoria del gender (del tema parleremo più avanti), ci dà plasticamente ragione del “genio generativo” della donna quando afferma: “La voce morale delle donne è radicata nella verità delle relazioni umane. Le donne concepiscono la moralità  in termini di responsabilità e di cura15.

Come Presidente del Movimento ecclesiale “Rinnovamento nello Spirito”, dal 2002, in collaborazione con la Diocesi di Chisinau, ho avviato nella Repubblica di Moldova (il Paese più povero d’Europa) una missione a sostegno delle tante situazioni di disagio e di marginalità sociale legate alle migrazioni femminili (è il Paese con la maggiore percentuale al mondo) e all’abbandono dell’infanzia.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina, presso un Centro missionario creato nella capitale, sono ospitate donne costrette a fuggire con i loro bambini: il loro attaccamento alla vita, il modo di porsi al servizio le une delle altre nella protezione dei loro bambini, il coraggio di sperare nella disperazione rappresentano un inequivocabile segno della capacità delle donne di generare futuro e di “fare la pace”.

Di questa forza resiliente e generativa delle donne ho avuto illuminanti esempi in altre situazioni di estrema povertà e disagio che i miei occhi hanno visto e le mie mani toccato.

Nelle Filippine, a Manila, esiste una delle baraccopoli più grande del mondo. Nell’area di Tondo sorge Hapiland, dalla parola locale “hapilan”, che significa “spazzatura puzzolente”: migliaia e migliaia di famiglie vivono su covoni di spazzatura. Il lavoro di chi abita qui è riciclare rifiuti, manualmente, per 2 dollari al giorno. Ebbene, per iniziativa di questi poveri, soprattutto di alcune donne che hanno deciso di tassarsi al fine di accumulare risorse, è sorta una bellissima Chiesa intitolata a San Paolo. Un segno del loro riscatto, di un altro modo di essere visibili; uno schiaffo sonoro ai ricchi che piangono miseria e che sconfinano nei vizi dell’avidità e dell’avarizia.

Come sono vere le parole del letterato francese George Bernanos: “I poveri ci insegnano a sperare. I ricchi disperano, i poveri sanno solo sperare perché nulla hanno da perdere”16.

E che dire dei Campi profughi “improvvisati” che da anni sorgono in Libano e in Giordania, popolati da milioni di persone – musulmane e cristiane, soprattutto famiglie irachene e siriane fuggite dalla guerra – profughi in una percentuale impressionante pari al 25/30% della popolazione nazionale residente.

È come se l’Italia ospitasse 15/18 milioni di profughi.

Libano e Giordania non sono Paesi del G7, G8, G20 e mancano di tutte le ricchezze pubbliche e private che possono essere messe a disposizione, anche soltanto “dal basso”, dai corpi  intermedi e associazioni.

Eppure, decine e decine di migliaia di famiglie vivono e convivono nel silenzio internazionale, condividendo la fatica di abitare questo mondo: le donne, ancora una volta, segnano il “ritmo vitale” di queste “comunità”, testimoniando che la vita è più forte della morte.

Nel settembre del 1791, Olympe de Gouges (all’anagrafe Marie Gouze) pubblicò un testo all’avanguardia: la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina.

Questa donna, attivista francese, lottò tutta la vita per i diritti delle donne. La Sua Dichiarazione è un documento giuridico sul modello della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 178917.

Si fidò delle promesse dell’Illuminismo francese, ma a soli 45 anni finì sul patibolo, pagando con la vita le sue idee “illuminate”.

“Uomo, sei capace di essere giusto? È Una donna che te lo chiede. Dimmi: chi ti ha dato il potere sovrano di opprimere il mio sesso?”.

Olympe ebbe l’ardire di rivolgere questa domanda all’universo maschile, in piena Rivoluzione francese: ai Deputati dell’Assemblea Nazionale Francese, ma anche a mariti, padri, fratelli, perché riconoscessero l’uguaglianza di diritti tra uomo e donna.

Non contenta, nella sua breve vita, si batté anche a favore del divorzio e si schierò per l’abolizione della pena di morte e della schiavitù.

Insomma, una donna audace e scomoda, che Robespierre riuscì a far tacere, a soli 45 anni, ghigliottinandola18.

La tenebrosa teoria del gender illuminata dal Magistero ecclesiale

Oggi, più di ieri, una nuova sfida s’impone alla considerazione dei cristiani e merita la nostra ferma opposizione: la pericolosa teoria del gender, un’artificiosa pretesa della modernità che non favorisce di certo il vero cammino di emancipazione della donna verso la pienezza della sua dignità.

Recentissimamente, Papa Francesco è ritornato sul tema e ha detto con chiarezza: “L’ideologia gender è il pericolo più brutto. Ho chiesto di fare studi a proposito di questa brutta ideologia del nostro tempo, che cancella le differenze e rende tutto uguale. Cancellare la differenza è cancellare l’umanità”19.

Non mi pare che si possa sostenere che le correnti femministe, anche le più estreme, in nome della “liberazione sessuale”, auspicassero la “distruzione delle differenze sessuali” così come sta accadendo.

La genderizzazione socio culturale in atto, consapevolmente o inconsapevolmente, sta di fatto favorendo il transumanesimo, fratello gemello e brutto del postumanesimo, una sorta di imperium internazionale che, da alcuni decenni, nel silenzio complice della cultura dominante, avanza nella storia avendo come missione quella di “far scomparire il genere umano”, cioè non solo di cancellare le differenze di genere, come propone l’ideologia gender, ma la distruzione del genere umano, come è possibile leggere nei testi che accreditano queste nuove ideologie20.

In definitiva, non “la liberazione dell’uomo da tutto ciò che non lo rende umano”, ma il “liberarsi dell’uomo in quanto uomo”, a partire dai limiti creaturali imposti dalla natura e dunque dal Creatore.

La Chiesa Cattolica, già nel Concilio Ecumenico Vaticano II, ha affermato chiaramente “l’uguaglianza sostanziale dell’uomo e della donna nel disegno di Dio”21.

Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha reinterpretato il racconto della creazione per cancellare la differenza gerarchica fra i sessi.

Essa si oppone con fondatezza e con ragione alla teoria artificiosa del gender, già dal 200422, e difende la possibilità di una uguaglianza nella differenza, considerando questa differenza come dono di Dio all’umanità.

Oggi, nella ricorrenza dell’8 marzo, è bene chiarire l’importanza primaria dell’apporto della Chiesa anche in questa rivoluzione che sta cambiando il mondo.

La teologia contemporanea ha preso le distanze da concezioni riduzionistische all’insegna dell’inferiorità della donna rispetto all’uomo e riproposto una rivisitazione del ruolo della donna nel piano creativo e redentivo di Dio, alla luce delle eziologie di Genesi 1 e 2. Così, nel primo e secondo racconto sulla creazione dell’uomo e della donna si delineano un ruolo paritetico nella coppia (uguali nella differenza), che valorizza la sessualità umana e  tutto ciò che vi è connesso.

Ogni uomo e ogni donna sono rappresentanti di Dio sulla terra, segno della sua regalità portatrice di vita.

L’uomo e la donna sono icona della regalità del Creatore.

La Chiesa ha accettato l’interpretazione delle origini del mondo segnalata come più egualitaria dalle teologhe femministe, quella, cioè, che insiste sulla creazione simultanea dei due sessi invece dell’altra che sottolineava come Eva fosse stata creata in un secondo momento, solo dono e aiuto per Adamo.

In questa seconda interpretazione, in genere prevalente nella storia, si poteva ritenere solo l’uomo creato a immagine di Dio, mentre la donna finiva per essere considerata creata a immagine dell’uomo, quindi a lui inferiore.

La Sacra Scrittura attesta che la donna e l’uomo sono stati fatti poco meno di un dio, coronati di gloria e di onore”23.

In questa volontà sovrana di Dio – per la quale, nel racconto della creazione, “maschio e femmina li creò, a sua immagine lo creò”24 – è indicata la natura dell’impegno a promuovere e a difendere “uguaglianza e complementarità” tra uomo e donna.

Non si tratta di una “immagine” statica, bensì dinamica e relazionale; una comunione di persone nell’infinita e mai domata forza dell’amore, in cui tutta la creazione è stata coinvolta e di cui uomo e donna divengono archetipo.

Ciò significa: parità nella differenza di genere e non omologazione; pari dignità nel proprium naturale del maschile e del femminile, non nelle riduzioni e nelle alterazioni di genere “secondo cultura” a cui assistiamo.

Come sono belle le parole che il saggista italo-brasiliano William Jean Bertozzo mette in bocca a don Chisciotte, nel suo pregevole monologo: Per tutte le violenze consumate su di lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le sue ali che avete tarpato, per tutto questo: in piedi, signori, davanti ad una Donna!”25.

“Donna”. Non è a mia immagine! Non è la mia proiezione. Non sono io proiettato fuori di me. Non ha la mia identità ed esiste solo nell’alterità, nell’essere altro da me. “Donna”. Non la si misura con la mia capacità di coglierne la sua bellezza: è stata fatta a immagine e somiglianza di Dio! Dunque, prima che piacere a me, piace a Dio! “Donna”. Partecipa della bellezza di Dio, della capacità creatrice di Dio proprio in quanto donna e non per concessione di diritti o approvazione di leggi umane.

Allo spianare la strada verso una vera uguaglianza delle donne, fondata sulla riflessione attenta del testo di Genesi, ha contribuito la lunga tradizione di pensiero filosofico e teologico occidentale, da Platone26 ad Aristotele27, da sant’Agostino28 a Dante Alighieri29, a san Tommaso30.

Un cammino ampio, attento, incidente che non ha uguali né nell’Ortodossia, né nelle religioni ebraica e islamica e che ha avuto in san Giovanni Paolo II, con la Mulieris dignitatem già richiamata, un punto di approdo e di slancio significativi.

San Tommaso d’Aquino, riprendendo la creazione, con grande efficacia scriverà: “La donna non è tratta dai piedi dell’uomo, perché sia da lui sottomessa; o dalla testa, perché lo domini; ma dal fianco, cioè da ciò che sta al suo pari, al suo livello”31.

Abbiamo, così, un’unità tagliata in due, per cui ciascuno è solo la metà (simbolo) di un intero.

Abbiamo due individui sessuati che si attraggono e si “fronteggiano” – non nel senso che si sfidano – ma che stanno l’uno di fronte all’altro, nell’armonia delle differenze, simili e insieme differenti.

Nella “matematica biblica” due equivale a uno e uno a due. I corpi sono e rimangono due anche dopo aver conosciuto l’intimità sessuale. Distinzione e fusione, alterità e somiglianza: qui troviamo la grammatica sessuale dei corpi!

Un omaggio al femminile nell’Inno alla donna

Alda Merini si definiva una donna non addomesticabile” e, di fatto, non temeva di dire cose ritenute eticamente scorrette; ad esempio, che “la società è fatta per gli uomini e una donna intellettuale dà fastidio, anche se io penso che il nostro mondo, più che di uomini, sia fatto di cretini”32. Il suo essere “dalla parte delle donne” è stata una difesa delle reiette come lei, di chi si trovava ai margini della società e tuttavia aveva il coraggio – e l’ardore – di continuare a essere, sono ancora sue parole, “selvaticamente sé stessa”.

Tra i componimenti poetici della Merini, in occasione della Festa dell’8 marzo, spicca l’Inno alla donna, un canto all’essere femminile che sconfina nella visione mitica e quasi “mistica” che è stata oggetto della nostra riflessione: la donna al contempo creatrice e generatrice.

“Stupenda immacolata fortuna
per te tutte le creature del regno
si sono aperte
e tu sei diventata
la regina delle nostre ombre
per te gli uomini
hanno preso innumerevoli voli
creato l’alveare del pensiero
per te donna è sorto
il mormorio dell’acqua unica grazia
e tremi per i tuoi incantesimi
che sono nelle tue mani
e tu hai un sogno per ogni estate
un figlio per ogni pianto
un sospetto d’amore per ogni capello
ora sei donna
tutto un perdono
e così come ti abita
il pensiero divino
fiorirà in segreto
attorniato dalla tua grazia”33.

“Donna regina delle nostre ombre”.
Non c’è ombra che non sia generata da una luce.
Permettiamo alla nostra fede di riaccendersi sul volto delle donne, perché siano le nostre tenebre a non rimanere più oscure.

Il controcanto profetico di Maria

Un volto, in ultimo, può aiutarci.
Un’immagine che la fede fa brillare e che rende presente e agente: Maria, Maria di Nazareth, la Madre di Gesù, la Ma-donna, madre di tutte le donne.

La Donna che è stata ed è la fonte d’ispirazione di centinaia di milioni di donne credenti e non credenti nel mondo.

L’Incarnazione del Figlio di Dio, detto “Figlio dell’Uomo34 in quanto “Figlio di Maria”35, ha cambiato in modo definitivo il posto dell’uomo e della donna.

Come scrive la scrittrice e filosofa francese Sylvane Agacinski: “All’origine, è l’uomo, creato per primo, che era situato fra Dio e la donna; con la venuta del Figlio, è una donna che occupa il posto mediano fra Dio e Gesù, l’uomo divino, come condizione della sua Incarnazione”36.

Maria non incarna appena la straordinaria promozione della donna nell’ordine della volontà creazionale di Dio, ma rappresenta l’umanità intera nella sua condizione naturale e  carnale.

Ne deriva, pertanto, una sorta di “femminilizzazione” della condizione umana, figura del “matrimonio della Chiesa con Cristo”37, unione spirituale dell’umanità con il Salvatore.

La “modernità” e la “contemporaneità” di Maria sono racchiuse nel suo essere stata – donna e madre – la prima discepola di Colui che ha insegnato ad amare senza discriminare, di Colui che si è fatto principio di umanizzazione di un’umanità disumanizzata e disumanizzante.

Maria è “serva del Signore”38 poiché sceglie di servire la verità di Dio sull’uomo e si fa, “nel Figlio”, modello di come ci si incarna nella storia.

Mara è icona del valore incommensurabile della vita che si fa prossimità, reciprocità, accoglienza, in una sola parola “dono”.

Una preghiera, dalla penna di un vescovo santo dei nostri giorni, ci faccia tenere accesa la speranza: Santa Maria, vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell’aurora, la speranza del giorno nuovo. Ispiraci parole di coraggio. Non farci tremare la voce quando, a dispetto di tante cattiverie e di tanti peccati che invecchiano il mondo, osiamo annunciare che verranno tempi migliori”39.

1 Mario Bertini, Sulle strade di madre Teresa, Ed. Paoline, Roma 1999.
2 Mulieris dignitatem, 29, in occasione dell’Anno Mariano (1988).
3 Uncle Tom’s Cabin, Ed. Oxford University 2016.
4 Enciclica Pacem in terris, 22.
5 Messaggio all’Umanità, 8 dicembre 1965.
6 Vedi Discorso al V Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze, 10 novembre 2015.
7 “L’amore come vincolo sociale” è definizione ricorrente nel Magistero seguente all’Enciclica di Leone XIII Rerum Novarum e accomuna queste tre figure di spicco del cattolicesimo italiano.
8 Edith Stein, La donna – Il suo compito secondo la natura e la grazia, Ed. Città Nuova, Roma 1968.
9 Dovremmo essere tutti femministi, Ed. Einaudi, Torino 2015.
10 Luigi Sturzo, La vera vita. Sociologia del soprannaturale, Ed. Rubbettino, Soveria Mannelli 2005.
11
Così la West si difendeva dall’etichetta di “femminista”, riferendosi a quanto da lei scritto nella sua Trilogia delle sorelle Aubrey.
12 In Rm 12, 21.
13 In Rm 13, 12.
14
Mulieris Dignitatem, 31.
15
In In a Different Voice. Psychological Theory and Women’s Development, Ed. Harward University 1982.
16 Diario di un curato di campagna, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 2019.
17
La Déclaration des droits de l’homme et du citoyen è un testo giuridico elaborato nel corso della Rivoluzione francese, contenente una solenne elencazione di diritti fondamentali. Questa Dichiarazione è in gran parte confluita nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo promulgata dalle Nazioni Unite nel 1948.
18 Era il 3 novembre 1793: due settimane prima era stata giustiziata la regina Maria Antonietta.
19 Discorso a braccio, prima della lettura del testo preparato, in occasione dell’Udienza ai partecipanti al Convegno internazionale «Uomo-donna immagine di Dio. Per una antropologia delle vocazioni», promosso dal Centro di ricerca e antropologia delle vocazioni (Crav), Aula del Sinodo, 1 marzo 2024.
20
La letteratura sul tema è vasta. Una buona fonte di consultazione è rappresentata dal sito web humanityplus.org.
21 Costituzione dogmatica sulla Chiesa nel mondo Gaudium et Spes
22 Con la Lettera ai Vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella chiesa e nel mondo, a firma del card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
23
Sal 8, 6.
24 Gen 1, 27.
25 Chisciotte, Opera teatrale, adattamento dell’opera di Miguel de Cervantes.
26
Nel Simposio, sulla nature complementari degli esseri umani.
27 Nell’Etica Nicomachea, sull’equilibrio della virtù maschili e femminili.
28 Nella Città di Dio, sull’ordine divino e sulla complementarietà di genere.
29 Nella Divina Commedia, nel Paradiso, dove Beatrice simboleggia la saggezza divina.
30
Nella Summa Theologiae, sull’uguaglianza di uomo e donna dinanzi a Dio.
31 Summa Theologiae 1, q. 92 a. 3.
32 Definizione riportata in più colloqui e interviste rilasciate dalla poetessa milanese.
33 Nel sito web aldamerini.it, sezione Poesie, è possibile esplorare la complessità dell’universo femminile della scrittrice.
34 Titolo con il quale Gesù stesso amava definirsi, ad es. in Mt 11, 19 o in Mt 18, 11, per sottolineare la sua natura umana e la sua incarnazione terrena.
35
Così la gente riconosceva Gesù generato da una madre, ad es. in Mc 6, 3.
36 Metaphysique des sexes. Masculin/feminin aux sources du christianisme, Paris, Seuil, 2005.
37 Cf. l’Epistola di san Paolo agli Efesini 5, 29-32.
38
Così Maria di sé dice all’Angelo in Lc 1, 38.
39 Tonino Bello, Parole d’amore. Preghiere, La Meridiana, Molfetta 2015.

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