Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne

25 NOVEMBRE, 2023

Ritorniamo tutti a scuola!

Oggi è un giorno triste. Un giorno di cui non dovremmo avere bisogno.

Che umanità è quella che necessita di celebrazioni e manifestazioni per ricordarsi che la violenza è una sconfitta per tutti, per le vittime prima di tutto, per i carnefici immediatamente dopo?

Tra le tante forme di violenza di cui l’essere umano è capace, quella verso le donne racchiude in sé molte facce, denunciando un problema complesso.

Sono le facce di quegli uomini che subiscono ancora gli effetti di un patriarcato duro a morire; di quegli uomini per i quali la capacità di autodeterminazione, di scelta, di affermazione personale della donna non è indicatore di una società progredita, fondata sulla “pario dignità”, ma di implicita diminuzione di sé stessi.

Sono le facce di quegli uomini che appartengono ad altre culture, nelle quali la sottocultura della sottomissione della donna è un gene difficile da estirpare.

Sono le facce di quegli uomini, giovani o meno che, ahimè, hanno vissuto l’alfabeto della violenza in famiglia e non sono riusciti ad affrancarsene, reiterandolo per generazioni, come silente assuefazione culturale.

Sono le facce di quegli uomini, giovani o no, il cui profilo umano “alterato” (per eccesso o difetto di educazione all’affettività) non siamo capaci di cogliere; e, anche quando lo facciamo, questa consapevolezza non ci aiuta a proteggere chi ne è vittima, né a prevenire nuovi vittimatori.

E infine – volendo fermar qui una galleria di ritratti ben più ampia e ponendo lo sguardo su ciò su cui è possibile fare più di qualcosa – sono le facce di quei giovani ai quali non riusciamo più a insegnare la cultura della rinuncia, del rispetto, del perdono di sé, del sacrificio, del no.

Giovani che stiamo anestetizzando, assumendoci ogni responsabilità in loro vece, assolvendoli ad ogni costo, proteggendoli da ogni errore, caduta, peccato e reato, alle volte con sdegno e collera, anche dagli stessi educatori, della cui “severa bontà” avrebbero necessità vitale per “imparare a vivere e a non offendere la vita.

Giovani ai quali non solo esaudiamo ma, addirittura, preveniamo ogni richiesta, così da estirpare da essi la benefica radice del desiderio, motore della sana ambizione, della progettualità, dell’impegno, della responsabilità, della capacità di ripartire dopo un fallimento.

Giovani che abbiamo convinto di essere sempre vincitori, di valere “sugli altri” e non “con gli altri o per gli altri”.

Giovani che non sopporteranno mai il peso della sconfitta o della perdita, che non accetteranno mai l’umiliazione di un risultato modesto per essere migliori e non peggiori.

Giovani che non tollereranno che una donna, una compagna, sia migliore di loro o che decida di lasciarli. E reagiranno con la rabbia e con la volgarità con cui noi adulti li stiamo educando a rispondere, quando affrontiamo ogni giorno le nostre vere o presunte frustrazioni.

Ognuna di queste “facce” ha delle risposte possibili:

  • risposte di natura legislativa, con l’inasprimento delle pene, la prevenzione, il monitoraggio dei social;
  • risposte legate a iniziative di integrazione culturale;
  • risposte di natura pedagogica, come l’educazione sentimentale o sessuale nelle scuole (sulla quale, occorre dirlo, faremo fatica e molto probabilmente ci scontreremo su terreni ideologici);
  • risposte spirituali, fondate su una vita nuova, discendente da una fede non nominale, ma vissuta dentro comunità.

E, partendo dalla mia esperienza, risposte da parte di Associazioni, Movimenti, Parrocchie che si impegnino ad affrontare il tema, perché la violenza, lo sappiamo bene, è trasversale, nasce anche laddove il contesto non sembrerebbe poterla favorire.

Sui giovani abbiamo un dovere e una speranza in più.

Un dovere che risiede nella necessaria capacità educativa di una società degna di tal nome.

Una speranza che nasce dal fatto stesso che stiamo parlando di giovani: con loro siamo ancora in tempo; con loro non è mai troppo tardi, ma oggi, perché domani è già passato.

Dunque, dobbiamo tornare a scuola. Noi adulti. Noi genitori.

In questi giorni si discute su come educare i giovani, ma l’emergenza, in realta, è educare gli adulti. Rieducare gli adulti ed educarli a educare.

Dalle classi elementari fino agli istituti superiori, è necessario ristabilire l’alleanza tra scuola e famiglia e lo si può fare chiedendo alle famiglie – anche se costa sacrificio, anche se il lavoro è diventato impegnativo, anche se sono monogenitoriali – di accogliere itinerari formativi alla genitorialità, da farsi proprio nelle scuole.

Perché, di fatto, un giovane vive la sua vita tra casa e scuola, ma casa e scuola non sono più alleate nell’educare.

È l’icona di un fallimento collettivo? Forse.

Ma in ballo c’è la nostra capacità comunitaria di cogliere cambiamenti epocali e di affrontarli in vista di un maggior bene.

La civiltà dell’errore nella quale siamo immersi potrà solo generare altre vittime e vittimatori.

E se per vivere una nuova stagione di incivilimento collettivo dobbiamo tornare a scuola e metterci in discussione, allora facciamolo con coraggio.

Sarebbe un primo passo per dare un esempio davvero robusto ai nostri figli.

Sarebbe un modo vero per non dire solo “no alla violenza”, ma per dire tutti i “sì” che mancano al nostro vivere in armonia e in pace.

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