“Giù la maschera… su la mascherina!”
MARZO, 2021

Il RnS nel tempo del coronavirus. Conversione digitale, conversione pastorale.

Di quale maschera parliamo? La memoria ci riporta al “testamento spirituale” di san Giovanni Paolo II:

Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunioneSpiritualità della comunione è infine saper “fare spazio” al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal 6, 2)… Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita (Novo Millennio Ineunte, 43).

Dunque, svestiamo “la maschera dell’abitudine” nell’amore e aumentiamo la portata del nostro servizio. Il credente sa che i giorni dell’impotenza umana sono i giorni in cui può manifestarsi la potenza di Dio, dunque “l’effusione dello Spirito Santo” promessa dal Cristo Risorto (cf At 1, 8).

Più viviamo “l’incertezza del presente” e più possiamo entrare nelle promesse di Gesù: lo Spirito Santo è al lavoro, che lo sappiamo o no; che lo vediamo o no. E guai a parametrarlo alla nostra poverissima percezione personale!

Abbiamo bisogno di sapienza per leggere il cuore di Dio, il cuore della storia, il cuore delle sorelle e dei fratelli che ci sono stati affidati, il cuore del RnS. E abbiamo bisogno di pazienza e prudenza, per leggere i segni dei tempi, senza smarrire il passo profetico che sempre ci ha contraddistinto, in comunione con il Papa, in comunione con i nostri Vescovi.

Su quanto possa apparire contraddittorio il tempo che stiamo vivendo, bastano le parole del Santo Padre:

La familiarità con il Signore, dei cristiani, è sempre comunitaria. Sì, è intima, è personale ma in comunità… Qualcuno mi ha fatto riflettere sul pericolo che questo momento che stiamo vivendo, questa pandemia che ha fatto che tutti ci comunicassimo anche religiosamente attraverso i media, attraverso i mezzi di comunicazione… C’è un grande popolo: stiamo insieme, ma non insieme… Questa è la Chiesa di una situazione difficile, che il Signore permette, ma l’ideale della Chiesa è sempre con il popolo e con i sacramenti. Sempre… È vero che in questo momento dobbiamo fare questa familiarità con il Signore in questo modo, ma per uscire dal tunnel, non per rimanerci (Omelia, Casa Santa Marta, 17 aprile).

Il limite come grazia

Nel tempo del coronavirus è necessario riflettere sul senso del “limite umano”. Il limite ci costituisce e ci specifica. La nostra libertà è stata ferita a morte nel tempo del coronavirus. Quando ritenevamo che fosse al sicuro, la ritroviamo in ginocchio dinanzi a una nuova richiesta di umiltà, dinanzi all’esperienza del dolore per ciò che perdiamo, che ci è tolto e che ci rende più umani a partire dalla nostra fragile natura.

Siamo chiamati a misurarci con ciò che ci rende deboli, per mostrare che siamo portatori di quella “riserva di speranza e di carità” che mancano al mondo e che il mondo reclama. E’ qui il senso delle parole di san Paolo in questa ora: “Il Signore mi ha detto: Ti basta la mia grazia; la forza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza… Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze… quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12, 9-10).

La crisi rivela tutta la verità su chi siamo e su quanto davvero valiamo: davanti a Dio e davanti agli uomini. La nostra esperienza, del resto, ci insegna che si “torna a Dio” più facilmente quando siamo nella prova, quando il male si accanisce su di noi, quando gli uomini su cui abbiamo confidato ci hanno deluso.

“Epoca di cambiamento” (Francesco), epoca di coronavirus

Forse solo ora, come mai prima, stiamo comprendendo il significato più profondo dell’espressione di Papa Francesco: “Oggi non viviamo un’epoca di cambiamento, quanto un cambiamento d’epoca (V Convegno Nazionale Chiesa Italiana, Firenze 2015).

Siamo entrati nell’epoca del coronavirus: un cambiamento, un passaggio, una conversione talmente “globalizzata” da essere veramente planetaria per estensione; la sua pervasività, come è evidente, non conosce confini né geografici, né culturali, né sociali, né religiosi.

È dinanzi a noi una grande apertura di orizzonte; un’alba che si affretta a spuntare sul tramonto di una civiltà in realtà da tempo ammalata dal virus dell’indifferenza, dell’orgoglio, della supremazia, dei mercati, della discriminazione.

Sapremo cogliere questa opportunità di “rinnovamento”? O riparato il “meccanismo inceppato” e “sbloccate le vite”, torneremo ad essere come prima, anzi se possibile peggiori perché non avremo imparato nulla di buono?

Un rinnovamento segno dei tempi

Ci è data una straordinaria occasione per essere un “segno” di vitalità spirituale a vantaggio di persone e istituzioni, tutti bisognosi di vita nuova, di profezia, di fraternità. Non basta essere capaci di “leggere i segni dei tempi”, ma di essere “un segno dei segni dei tempi”: mostrando la nostra cura per chi soffre, per chi è solo, per chi sta perdendo la fede e per chi la sta ritrovando.

Un modo rinnovato di “stare in mezzo”, di accompagnare, di accogliere, di tenere insieme e unito. Un modo “rinnovato” di intercedere, di prendersi cura, di servire.

“Tutti fratelli”, nessuno escluso, nessuno da solo, come Papa Francesco ci sta esortando a testimoniare.

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