Identità cristiana e bene comune

GIUGNO, 2021

Noi ci chiediamo come la nostra fede possa determinare una cultura che ponga nel giusto equilibrio la giustizia, la misericordia, le leggi e i diritti umani, la solidarietà, in definitiva tutto ciò che ispira, fonda e rivela la nozione di “bene comune”.
Ben lo esprime lo stesso Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: “La dottrina sociale non è per la Chiesa un privilegio, una digressione, una convenienza o un’ingerenza: è un suo diritto evangelizzare il sociale, ossia far risuonare la parola liberante del Vangelo nel complesso mondo delle giurisprudenza, della cultura, delle comunicazioni sociali, in cui vive l’uomo. Questo diritto è al contempo un dovere, perché la Chiesa non vi può rinunciare senza smentire se stessa e la sua fedeltà a Cristo: «Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (nn. 70-71).
Nella Christifideles si legge una definizione che fu di Pio XII: «I fedeli, e più precisamente i laici, si trovano nella linea più avanzata della vita della Chiesa; per loro la Chiesa è il principio vitale della società umana. Perciò essi, specialmente essi, debbono avere una sempre più chiara consapevolezza, non soltanto di appartenere alla Chiesa, ma di essere la Chiesa» (n. 9).
Dunque, i laici sono “la linea più avanzata della vita della Chiesa”. Bello a dirsi; arduo a darsi! Ma incoraggia sapere i laici cristiani possono essere la Chiesa che genera una speranza creatrice nel mondo con le intelligenze, le buone prassi, le capacità professionali di cui sono portatori; la Chiesa che evangelizza il sociale infondendo nel cuore degli uomini, specie dei più deboli e dimenticati, la liberazione e la giustizia che provengono dal Vangelo. Così, solo così – è ancora il Compendio della Dottrina Sociale (n.63) a ricordarcelo – sarà costruita «una società a misura dell’uomo, perché a misura di Cristo; una città dell’uomo più umana, perché più conforme al Regno di Dio».
C’è, talvolta, tra noi, una sorta di complesso d’inferiorità dinanzi all’ineluttabile male che si accanisce sulla storia, un’inquietudine che ci assale dinanzi al tentativo corrente di privare il cristianesimo di ogni rilievo pubblico. Si vorrebbe una sorta di cristianesimo svilito, diluito, anonimo, una chiesuola in cui riparare per trovare protezione.
Un’inquietudine che io ritengo salutare, che dovrebbe svegliare dal sonno, dal torpore spirituale che spesso alligna tra di noi. Ecco perché è imprescindibile che la parola “bene comune” si coniughi con “identità cristiana”. Potrà mai una identità cristiana mondanizzata, relativizzata, perbenizzata, generare il “bene comune”, così come esige la Tradizione cristiana dei martiri e dei santi che ci hanno preceduto?
La nostra fede non è mondana, ma è per il mondo. È coinvolta con il mondo e deve coinvolgere il mondo.
Ebbene, come ha scritto un celebre martire cristiano evangelico del Novecento, Dietrich Bonhoeffer, «noi cristiani dobbiamo tornare all’aria aperta; dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo» (in “Resistenza e Resa”).
Ogni epoca storica vive il tempo della crisi. Qualcuno dice: “Mala tempora currunt”. I tempi sono difficili. Ma non sono mai stati facili e mai lo saranno! «Vivete bene il tempo e lo cambierete; e se lo cambierete non avrete più da lamentarvi» (in “Discorsi” 311, 8,8) ricordava Sant’Agostino alla generazione di cristiani del suo tempo.
Rifare il tessuto cristiano della società umana è la missione della Chiesa in questo momento storico. Per rifare il tessuto cristiano della società a noi laici cristiani è chiesto, senza deroghe, di saper superare la frattura tra Vangelo e vita che permane nelle nostre esistenze pubbliche e private, ricomponendo così, proprio nella nostra quotidiana attività, quell’unità di una vita che nel Vangelo trova ispirazione e forza per realizzarsi.
A tal proposito il Concilio Vaticano II ha affermato: «Il distacco che si constata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo» (in “Gaudium et Spes”, n. 43).
La nostra fede genera un’identità che personifica, non che aliena. Genera un corpo sociale, umano e divino insieme, che è il nostro essere la Chiesa nel mondo.

Definire la nostra identità “cristiana” non significa appena qualificarla, aggettivarla, ma sostanziarla, personificarla nell’esigente legge dell’incarnazione. Significa considerarla racchiusa in un’origine e in una meta già segnate, perché di origine divine; un principio e un fine che, proprio perché divini, fanno della nostra vita terrena una partecipazione al primato del Figlio di Dio nella storia.

Altro che remore, ripensamenti, fallimenti annunciati. Nessuno potrà mai sbarazzarsi di noi, perché nessuno potrà mai sbarazzarsi di Dio! La nostra è un’identità “segnata e significata”, terribilmente segnata e significata. Può essere accolta o rifiutata, così da renderci partecipi dello stesso destino di Cristo, ma non potrà essere cancellata dalla storia, perché Dio resisterebbe ancora nei cuori.

Ebbene, guardiamo per un istante come “il tema e la sfida dell’identità cristiana” sono considerati dai pensatori del nostro tempo. Scomodiamone uno tra tutti, uno dei sociologi più in voga Zygmunt Bauman. Intervistato da Benedetto Vecchi, proprio sul tema dell’identità, lo studioso polacco afferma: «L’identità ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato, piuttosto che scoperto, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero» (in “Intervista sull’identità”, pag. 13).

Potremo mai accettare una simile definizione? Ma essa è in linea con il nostro tempo.
Saremmo così all’“anno zero”! Non si sarebbe più in alcuna relazione parentale con il passato, né “figliati” da quelle memorie – cristiana, familiare, sociale, affettiva – di cui ogni uomo è chiamato a farsi custode e interprete nello spazio e nel tempo che gli è dato di vivere. Ciascuno avrebbe il potere di inventarsi la vita che vuole, di assegnarsi il destino che vuole.

Quanto va accadendo ci dice che si può parlare d’identità in due modi: o in termini “speculativi” o in termini “contemplativi”. In termini speculativi, per la sociologia corrente, l’identità è un problema. Più la vita si fa liquida, più le radici vengono estirpate, più le memorie vengono adulterate o cancellate e più l’uomo relativizzato diventa un serio problema a se stesso.
Per noi, identità, è prima di tutto “identificazione”. Non qualcosa che va inventato, come pensa Bauman, semmai Qualcuno che va cercato, scoperto, accolto, amato, proposto.
Solo amando e servendo l’uomo, il cristiano identifica e riflette l’immagine del Dio amante di ogni uomo.

Questa idea “identità-identificazione” è pregnante nel Nuovo Testamento, in modo speciale in S. Paolo. A conferma, mi limito ad una tra le tante citazioni bibliche che qui potrebbero fiorire, così da onorare il più grande laico evangelizzatore della storia, nell’anno a lui dedicato. Questo scrive nella seconda lettera ai Corinti: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

A viso scoperto, senza vergogna di dirsi cristiani, noi riproduciamo l’identità di Cristo.

Ogni nostro atto di fede implica l’adesione di tutta la persona; è sempre una scelta di vita precisa, determinata, definitiva, quindi non è compatibile con il pluralismo morale come una generica buona intenzione.

Il bene comune nasce dalla capacità nostra di rendere socialmente visibile il contenuto morale della nostra fede. Finché non sapremo rimpatriare questa verità, noi continueremo a permettere la canonizzazione del relativismo etico.

Oggi si crede poco, perché si pensa poco. «La fede se non è pensata è nulla», diceva Sant’Agostino (De Praedestinatione sanctorum, 2,5). Oggi si socializza poco, perché si ama poco. L’autore della Lettera agli Ebrei scrive: «Perseverate nell’amore per i fratelli (philadelphía); non trascurate l’amore per i forestieri (philoxenía)» (cf Eb 13, 1-2). Altrimenti Dio, l’Altro da me, l’Altro che si fa sempre prossimo, diventa un “altrove”, un luogo sconosciuto, impervio e troppo faticoso da abbracciare.

Serve un supplemento di cuore; urge che la verità sussulti in noi. Il laico cristiano non è un utopista quando assolve al suo servizio profetico, quando guarda il disordine morale e spirituale del mondo evocando un’altra possibilità di essere uomini su questa terra.

Ciascuno di noi è un testimone del dolore e delle speranze di un’epoca e se ne fa carico; vive su di sé l’angoscia di un mondo che non riesce più a trovare il rapporto tra le parole, ormai consumate e deludenti, e la Parola, che permane eterna.

Serve un supplemento di passione, perché le grandi passioni sociali e civili che animavano la nostra tradizione occidentale stanno tramontando. È errato dire che ci sono negate; siamo noi che le stiamo lasciando tramontare! Ed ecco che l’amore si spegne, si scompone il dinamismo relazionale della nostra fede, i poveri divengono sempre più poveri, i lontani sempre più lontani. E agli uomini è tolta la possibilità stessa di esperimentare l’amore: nelle case, come nelle istituzioni; per le strade come nelle nostre chiese.

Io ritengo che sia questo lo spazio più vero, autentico, fruttuoso della nostra laicità cristiana; un’originalità che nulla di nuovo ha da aggiungere all’ordine naturale delle cose, allo statuto antropologico voluto da Dio per l’uomo in ordine alla vita e alla morte. Senza pregiudizi, rimorsi, o concessioni alla banalità del dire, del pensare e del vivere che impera.

Bisogna riprendere la parola: il Vangelo non può essere dimenticato. L’oblio della memoria cristiana, che come un virus colpisce molti credenti a noi contemporanei, rende la nostra generazione colpevole di afasia, di un mutismo spirituale intollerabile.

Essere profeti significa sapere anticipare il futuro degli uomini nel presente di Dio, in cui ogni domanda, ogni gesto, sono marcati da un affetto profondo, da quell’amore di Dio e per Dio che ci tiene in vita, che tiene in vita le nostre società sempre più incapaci di essere misericordiose e benevole.
Non riusciremo efficacemente a costruire il “bene comune” senza una coscienza cristiana comune, derivante da un’identità cristiana netta e piena. Senza una coscienza formata e informata dei principi derivanti dalla fede cristiana, la coscienza si fa erronea, si fa incoscienza, con i rischi di deriva spirituale, umana e morale a cui tutti assistiamo.
Non può darsi il bene comune se a sorreggerlo è una “coscienza erronea”. L’ammutolirsi della coscienza porta alla disumanizzazione del mondo e al trionfo dell’individualismo sociale, che è il pericolo mortale del bene comune, perché l’egoismo è la peggiore scuola di crudeltà sociale.
In conclusione. Il santo Curato d’Ars diceva: «Verrà un giorno in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini, che basterà loro parlare di Dio per farli piangere».

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