La crisi della laicità cristiana

7 MARZO, 2022

Le forme della laicità, dunque della presenza pubblica dei cristiani, in quanto tali, in Italia, si vanno rapidamente modificando.

Possiamo dire che assistiamo ad una fase piena di contraddizioni in cui, non senza difficoltà, si stanno prendendo le misure di un cambiamento che ha definitivamente chiuso il ventesimo secolo. Pertanto, è necessario resettare le strutture a misura di un sistema di globalizzazione pieno di asimmetrie.

La concezione classica della laicità – che ha una sua precisa radice evangelica nella distinzione tra “Dio” e “Cesare” e che è poi ben fissata in un testo della prima Comunità cristiana, la Lettera a Diogneto – fa riferimento ad una duplice distinzione: tra chierici e laici all’interno della Chiesa e nel sistema di relazioni tra la Chiesa nel suo insieme e il mondo “secolare”.

Sul primo versante la definizione (e la prassi) della Chiesa, Popolo di Dio, e il principio di sinodalità, rendono acquisito il tema sul piano dei principi, anche se ovviamente esso è sempre da registrare nella concreta prassi ecclesiale.

Concentriamoci dunque sull’altro versante.

Nella seconda metà del ventesimo secolo questo sistema ha trovato un suo equilibrio, formalizzato nel Concilio Vaticano II e nelle Costituzioni delle grandi democrazie europee occidentali, tra cui la Repubblica italiana. L’articolo 7 della Costituzione italiana icasticamente afferma due “ordini” indipendenti e sovrani; l’articolo 1 degli Accordi di revisione concordataria del 1984 fissano la cooperazione per il bene comune.

Questo approdo pone termine a due conflitti. Quello classico, con il liberalismo “massonico”, risalente alla fine del XVII secolo, e quello esploso negli anni Trenta, con i totalitarismi.

Il conflitto è superato attraverso un’affermazione di pluralismo e di sussidiarietà.

Le democrazie europee occidentali trovano un equilibrio articolato o plurale, in cui risaltano l’ispirazione cristiana e la Dottrina sociale.

Il Magistero papale, con Leone XIII, Pio XI e Pio XII, e poi con il Concilio Vaticano II, scandisce questo processo come contributo al “design” delle democrazie contemporanee, anche grazie alle forze politiche e ai partiti d’ispirazione cristiana che ne sono stati i protagonisti.

Ne consegue l’idea di quella che è stata definita la “laicità positiva”. Ovvero, non la separazione conflittuale, che risale alla Rivoluzione francese, non la strumentalizzazione reciproca dei regimi reazionari clericali, ma una distinzione articolata, per cui le istituzioni sono aperte e plurali, mentre la Chiesa non è “integralista”.

Questo assetto, che ha dato grandi frutti nella seconda metà del ventesimo secolo, è entrato in crisi sotto la spinta dei processi di secolarizzazione, che si sono manifestati a due riprese, su due piani diversi.

Il primo è quello dei “diritti”, intorno alla data simbolo del Sessantotto, poi evoluti in diverse “generazioni” di diritti.

Il secondo, quello del neoliberalismo a propulsione economica.

Questi due piani, ovvero questi due vettori, si sono intrecciati e contaminati a partire dalla fine del XX secolo, generando un’egemonia culturale e, dunque, anche politica, in senso lato; spinta che ha finito per diventare ideologia e per mettere in crisi – diremmo, per semplificare – un assetto della democrazia dialogante con l’ispirazione cristiana.

Il fatto è stato avvertito da papa Giovanni Paolo II, in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino, e messo a tema nell’enciclica “Centesimus Annus”, allorquando egli denunciava il pericolo di forme di “totalitarismo subdolo” per la democrazia.

Di qui l’appello ad una vasta mobilitazione, prima di tutto dei giovani, in un’azione pastorale, per l’appunto, da livello globale.

Benedetto XVI ha avvertito la radice spirituale del confronto culturale, senza tuttavia arrivare ad offrire una convincente risposta in termini istituzionali.

Papa Francesco ha spostato, spiazzando, i termini della questione, prendendo atto dei processi di frammentazione e del giudizio ideologico sull’irrilevanza della fede cristiana che la nuova ideologia dominante certificava, proponendo così un nuovo appello all’operosità; ma in forma si potrebbe dire destrutturata, cioè non indicando un progetto, ma stimolando all’azione, “processi”, per usare i suoi termini. Una modalità nuova, intelligibile alle sfide di questo momento storico.

Questo appello all’iniziativa è di fatto privo di un tessuto istituzionale nuovo: sembra prescinderne, proprio a causa del fatto che questo risulta svuotato dall’egemonia di quel pensiero unico di cui si è appena detto.

Di qui un possibile senso di spaesamento, a cui Papa Francesco risponde esortando ad una “conversione”, che è appello a persone e istituzioni ecclesiali per l’“invenzione”, nel senso etimologico del termine, di risposte nuove, con un’interlocuzione creativa, che ha trovato una sua definizione nella riproposizione della “fratellanza universale”.

Può essere una strada, che richiede interlocutori adeguati, ma che può dare risposte al retrogusto nichilistico che, in fin dei conti, è un po’ la cifra riassuntiva dei processi culturali profondi che sono in atto e di cui qui abbiamo scritto.

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