La ricerca incessante della felicità nell’epoca postmoderna

8 MARZO, 2022

Gli uomini e le donne del III millennio, al tempo della rivoluzione digitale e della tecnocrazia onnipotente, sono più felici?

La felicità e il ritmo degli ultimi

Gli uomini e le donne del III millennio, al tempo della rivoluzione digitale e della tecnocrazia onnipotente, sono più felici? Il benessere, nell’epoca del dominio tecnologico, è aumentato?

Secondo i dati OMS già in epoca prepandemica, sembrerebbe di no: già ora, ma soprattutto nei prossimi anni, la patologia più invalidante nel mondo è e sarà la depressione. Se poi consideriamo l’impressionante esplosione delle dipendenze comportamentali, cioè di quelle ragnatele comportamentali che avviluppano l’uomo postmoderno in comportamenti ripetitivi, trasformandolo in schiavo del sesso, della tecnologia, del gioco o dell’acquisto, allora ci rendiamo conto che qualcosa non quadra.

Non quadra ancora di più se riflettiamo sulla precocissima e veloce erotizzazione dei bambini (la metà dei bimbi a 11 anni ha già incontrato la pornografia grazie all’insurrezione digitale in corso di pandemia) e sulle sue conseguenze sui cortocircuiti dell’intimità fallita, sul precoce impatto con sostanze stupefacenti e alcolici (basta pensare al binge drinking e alla sua diffusione fra gli adolescenti), che non può non alterare lo sviluppo cerebrale verso forme di discontrollo e di disorganizzazione, sull’incremento dei bambini che hanno necessità di cure psichiatriche (quasi uno su dieci nei primi otto anni di vita con un ulteriore aumento durante la pandemia). In definitiva, sul fatto che un adulto su quattro nel corso di vita ha bisogno di cure psichiatriche.

Insomma, sono dati impressionanti, che sembrano alludere ad un generale incremento del malessere e della fragilità.

La crisi non sta facendo altro che accelerare qualcosa che sta già avvenendo: l’umanità sarà sempre più depressa e io direi più infelice.

Forse perché la postmodernità tecno liquida ci immerge in connessioni continue, ma ci fa sempre più soli? Forse perché l’eccesso di individualismo, sostenuto da un narcisismo auto referenziato senza pari, sta facendo saltare la solidarietà e la vicinanza fra le persone? Forse perché una competizione esasperata non può che accentuare le debolezze individuali? Forse perché una eccessiva velocità rende tutto troppo superficiale? In fondo però lo sappiamo: qualcosa non funziona.

Lo avvertiamo dall’incremento del disagio psichico, dal sempre più pressante senso di smarrimento dell’uomo tecno liquido, dalla ricerca affannosa di vie brevi e immediate per la felicità, dall’aumento del consumo di alcol e di stupefacenti negli stessi opulenti ragazzi della società di Instagram, dall’affermarsi di una cupa cultura della morte, dall’inquietante incremento dei suicidi, dal malessere diffuso.

Qualcosa, dunque, non funziona, sia a livello individuale che socio relazionale: la liquidità dell’identità, con tutte le sue conseguenze, non aumenta il senso di felicità dell’uomo contemporaneo. Alcuni studi sul benessere fanno osservare che la felicità non è correlata con l’incremento delle possibilità di scelta. Questi dati fanno saltare una convinzione che sembrava imbattibile.

La felicità non è correlata con l’incremento delle possibili scelte dell’uomo: gli stessi studi correlano la felicità con il possedere invece un “criterio” per scegliere. Avere un criterio per scegliere rimanda ad altro: avere un progetto, delle idee, una identità. Ed ecco che il cerchio si chiude: il tema della postmodernità attuale è sostanzialmente il tema della rinuncia ad avere criteri (cioè dimensioni di senso ben definite).

Ma questa rinuncia ha un prezzo: l’infelicità. Tutti questi dati, che sembrano preludere ad un incremento dell’infelicità, del malessere e della fragilità, ci impongono una riflessione più profonda, che può essere riassunta in una domanda: che società stiamo decostruendo e ricostruendo in tempo di crisi?

Quale è la qualità umana della nostra società? Forse dovremmo riscoprire l’armonico ritmo dei più deboli, come autentico fondamento di una società nuova.

E in definitiva se fosse proprio la riscoperta del ritmo dei più deboli e degli ultimi a salvare il mondo consentendo il ritorno dell’umano nella sua pienezza?

L’epoca delle passioni tristi

L’epoca delle passioni tristi: così è stato definito questo tempo attuale dominato dall’incertezza. Ma secondo gli psichiatri le vittime principali sono gli adolescenti.

Oggi, più che mai, gli adolescenti hanno bisogno di aiuto per trovare punti di riferimento indispensabili alla loro crescita; eppure, la risposta alle angosce esistenziali tipiche di questa età di trasformazione non vengono quasi più dalle figure genitoriali o da adulti significativi, ma dalla rete, dai social e dai vari youtubers e fashion blogger.

Da qui la necessità di una sorta di connessione perpetua che toglie al cervello dei ragazzi i ritmi circadiani, tra i quali quello del sonno-veglia. E su questo vorrei riflettere un po’. Questa è la generazione dei ragazzi e degli adolescenti insonni: dormono poco, sempre meno, stimolano nelle ore notturno il cervello in modo massi va con smartphone, tablet e computer, video giocano troppo, frammentano continuamente l’esperienza attraverso l’interruzione e i richiami di messaggi, chat, social e notifiche di ogni tipo. Insomma, al normale e ritmico fluire del tempo si sostituiscono nuovi ritmi caratterizzati dalla frenesia, dall’interruzione, dal sovrapporsi e dalle stimolazioni continue.

E questo avviene anche nelle ore notturne. Per ciò, uno degli aspetti maggiormente influenzati dallo sviluppo delle tecnologie è il ritmo sonno-veglia.

Ma quali le conseguenze di questa restrizione del sonno? Sono note quelle sui processi cognitivi, sull’attenzione e sulla memorizzazione, compromessi dalla mancanza di riposo notturno.

Altrettanto noti i problemi correlati alla sonnolenza diurna, con incremento di errori, distrazioni e incidenti. Ma in agguato c’è un problema peggiore. L’insonnia incrementa la vulnerabilità individuale alle patologie psichiche, in modo particolare alle patologie depressive, alle alterazioni dell’impulsività e all’utilizzo di sostanze. L’incremento del disagio psichico nell’infanzia e nell’adolescenza è, dunque, impressionante.

La speranza inceppata, la speranza ritrovata

La depressione in definitiva è la patologia della speranza. Chi è depresso smette di sperare. Chi smette di sperare è depresso. E soprattutto sente di essere inaiutabile, affondando così la speranza nell’abisso del dolore mentale.

Incapacità di sperare e senso di inaiutabilità sono la morsa fatale che rendono la depressione nera. Così nera da fare pensieri di morte, fìno anche a in travedere nella morte l’unica via di uscita dal dolore mentale.

Il dolore della mente è insopportabile. E nella depressione ha due caratteristiche terribili.

La prima: l’umore sprofonda. La tonalità emotiva e affettiva della vitalità è troppo giù: l’umore nero, appunto.

La seconda si chiama anedonia: nulla, ma proprio nulla dà piacere. Tutto si scolorisce: il cibo, la vita sessuale, il lavoro, le passioni, gli altri, tutto si attenua e diventa anedonico, senza piacere.

La depressione pietrifica il tempo: il passato è nero, doloroso, pieno di colpe e di errori. Il presente è inadeguato, insufficiente, pietrificato per l’appunto. Il futuro non c’è, è assente, vuoto, improponibile. Eppure, dalla depressione si guarisce. La speranza può essere riattivata. Il tunnel, per quanto lungo, ha una uscita. Infatti, la speranza ha una vasta componente interpersonale.

La presenza silenziosa, ma amorevole e affettuosa di un altro, a volte muta e silenziosa, a volte parlante e provocante, ha in sé una incredibile portata rigenerativa. Già, è l’affetto la prima medicina. Poi vengono i farmaci (no, non demonizziamoli, sono un aiuto autentico e potente!) e la psicoterapia (sì, la terapia delle parole, della narrazione e del narrarsi, della ricerca di senso e di significato).

Se la speranza si inceppa, occorre sapere però che può essere riattivata. Tutti possono risalire l’abisso. L’abisso può essere vinto. La depressione nera può lasciare il posto ai colori della mente.

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