La Risurrezione di Pieter van Aelst

20 APRILE, 2023

Questa immagine fotografa uno tra i più pregevoli arazzi conservati nella Galleria a tema dei Musei Vaticani. È La Risurrezione, realizzata a Bruxelles, tra il 1523 e il 1531, dall’artista fiammingo Pieter van Aelst, al tempo di Clemente VII, su cartoni preparatori di Raffaello Sanzio e della sua Scuola.

L’evento evangelico per eccellenza è raffigurato con una straordinaria potenza espressiva e attesta la migliore fattura degli arazzi, preziosamente tessuti dai più valenti tessitori del tempo, composti da fili di lana, di seta e da fili d’oro e d’argento.

L’immagine arresta il momento in cui Gesù viene fuori dal sepolcro, spalancato; tiene il braccio destro alzato (segno di chi ha autorità e prende la parola) e ha le dita della mano (forata) nella posa propria del Pantocratore, a indicare la sua duplice natura, umana e divina. Alle spalle di Cristo, il varco aperto del sepolcro è l’unica parte dell’opera completamente priva di luce e di colore; il suo interno, infatti, è totalmente buio, senza penombra. Il contrasto con il corpo luminoso di Gesù è un evidente rimando alle tante citazioni bibliche che attraversano tutti i libri della Bibbia: da Genesi (1, 3) ad Apocalisse (21, 23). La gloria del Signore che è, insieme, Logos (in greco: Parola) e Phos (in greco: Luce) è profetizzata fino al suo compimento. La morte è vinta, “non ci sarà né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 4).

Come Pieter van Aelst rende tutto questo? Il Cristo, con la mano sinistra sostiene il vessillo della vittoria crucisegnato e appoggia con fermezza il suo piede nudo sulla lastra che prima chiudeva la tomba, come quando, in battaglia, si appoggia il piede sui vinti. Ai lati i gruppi di soldati che erano stati messi a guardia vengono scaraventati a destra e a sinistra dalla potenza dello Spirito del Risorto, lasciando aperto, liberato e libero dal male, il passaggio del Signore (Pasqua, Pesah in ebraico, indica “passaggio”): un chiaro riferimento al passaggio del Mar Rosso del popolo di Israele, raccontato in Esodo 14, in cui Mosè, il liberatore, prefigura il Cristo Risorto.

Lo sfondo è interessante, al di là della funzione spaziale, perchè contribuisce nei colori e nei dettagli ad arricchire l’opera di significativi accostamenti e di rimandi ad altre importanti opere d’arte. Gerusalemme: è al contempo “terrestre” (color ocra) e “celeste” (più distante); il monte: simboleggia il luogo dell’incontro con Dio; il fiume e le figure: rimandano al Battesimo, quasi presi a prestito dal Battesimo di Piero della Francesca; il groviglio dei corpi: evidenziano l’intonazione propria di Michelangelo; le rondini: ci rimandano al tempo della gioia, della fioritura della vita annunciata dal loro canto. E, infine, la lastra che chiude il sepolcro: anziché di pietra, come il resto della costruzione inserita nella roccia, appare essere di marmo pregiato, con le sue venature di rosso veronese, simbolo del potere e della ricchezza regale.

Un’ultima considerazione, una bella suggestione, ci deriva dalla tecnica di realizzazione dell’arazzo. Occorre ricordare che, nel fabbricarlo, l’ordito si lavora con il disegno alla rovescia, per cui non è immediatamente distinguibile il soggetto: sarà comprensibile chiaramente e completamente solo a lavoro finito, quando la trama dell’arazzo sarà rivoltata. Così è della salvezza di Cristo, intessuta nell’ordito della storia degli uomini da fili composti da giusti e peccatori, da ribelli e santi, da persecutori e profeti.

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