Liberi e Forti: le parole hanno una patria, una storia, una verità
L’Appello “Ai Liberi e Forti” di don Luigi Sturzo non è uno slogan da palco:
è un programma di coscienza. Dodici punti che ancora oggi ci interrogano.

Mentre già si prepara una nuova adunata sul pratone di Pontida, torna davanti ai miei occhi un’immagine dello scorso settembre: un palco imponente, i simboli di partito ben in vista e, a caratteri cubitali, due parole che hanno una patria precisa, una data di nascita certa, un padre riconosciuto: «Liberi e Forti». Un’immagine che da undici mesi continua a ritornami alla memoria e che oggi, alla vigilia di nuovi palchi e di nuovi slogan, chiede finalmente una parola di verità.
Quelle due parole vengono alla luce il 18 gennaio 1919. Le firma, con altri dieci uomini di buona volontà, don Luigi Sturzo, sacerdote di Caltagirone, servo di Dio, che con l’Appello «A tutti gli uomini liberi e forti» apre ai cattolici italiani, dopo decenni di esilio civile, le porte della vita pubblica. Non un manifesto di parte contro qualcuno, ma una chiamata rivolta a tutti, senza distinzione di appartenenza: «Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, inspirandoci ai saldi principii del Cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia».
Non intendo processare le intenzioni di nessuno; mi è sufficiente custodire la verità delle parole. Le parole, infatti, hanno un pedigree: chi le prende in prestito ne eredita il programma, ne assume gli obblighi, ne risponde davanti alla storia. E qui nasce il mio sbigottimento, perché un appello non è uno slogan: lo slogan chiede applausi e clamore; l’appello chiede conversione e impegno.
Rileggiamo, come un prontuario di verità, uno dei dodici punti che danno corpo all’Appello. L’ottavo punto, il più alto: «Libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicitazione del suo Magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione».
Si palesa, così, la laicità cristiana, la possibilità di essere socialmente organizzati per rendere politicamente agibili i grandi valori del Cristianesimo. Una “tesi” che risuona ancora oggi come un monito: fare della coscienza cristiana il presupposto del progresso sociale del Paese.
Non c’è dubbio che nessun altro punto dell’Appello più di questo risulti ancora oggi non solo “attuale” ma “attuabile”, poiché se mutano i tempi non cambia il “Magistero spirituale” della Chiesa ispirato al Vangelo, che piuttosto si rinnova e si precisa – oggi con Magnifica Humanitas di Leone XIV – a tutti accessibile mediante la Dottrina Sociale della Chiesa, nonostante le riduzioni di senso e di testimonianza che ancora si possono registrare.
Per Sturzo la libertà è anzitutto «facoltà interiore dell’uomo, prima che sociale».
Per Sturzo la libertà si educa esercitandola, perché «nessuno saprà mai nuotare se non scende nell’acqua e vi si esercita».
Per Sturzo la forza è un «riarmo morale» che combatte, dentro di noi, odi, lotte, egoismi, violenze.
Il sacerdote di Caltagirone lo scrive con parole che sembrano dettate per quest’ora: «Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico ed economico, e pure amarsi cristianamente».
Ecco chi è l’uomo “libero e forte”: libero “dentro” — nel sentire, nel credere, nel decidere, nel volere il bene — e forte “fuori” — nel parlare, nel condividere, nell’operare il bene. Non chi grida più forte contro qualcuno, ma chi ama più fortemente per tutti e con tutti.
Comprendo, solo umanamente, il fascino dell’operazione di una Pontida emula di Caltagirone: quando le parole proprie invecchiano in fretta, si cercano quelle che non invecchiano mai. Ma prendere in prestito “le parole dei santi” comporta un rischio serissimo: prima o poi bisogna restituirle. Con gli interessi. E gli interessi, in questo caso, si chiamano unità della Nazione, accoglienza vera e integrale della persona, moralità trasparente nella vita pubblica, pace come concordia tra i popoli: una “cambiale” che nessuna scenografia odierna pare capace di onorare al prezzo della coerenza.
La Dottrina Sociale della Chiesa, da cui l’Appello promana come frutto maturo della Rerum Novarum, è un pensiero spirituale dell’ordine sociale: i suoi princìpi non si espongono, si trafficano; non si citano, si incarnano; non decorano le piazze, generano opere. Opere di democrazia, di società, di comunità, di economia: è questa la sola verifica che la storia ammette!
«Liberi e Forti» non è un vessillo da issare: è un esame di coscienza da superare!
Nel 2019, a Caltagirone, celebrammo il Centenario dell’Appello nella terra che lo generò, riconsegnando al Paese l’attualità di quel patrimonio ideale.
Il prossimo 12 e 13 settembre, ancora a Caltagirone, al Casale del Fondo Sturzo — l’antico fondo rurale della famiglia Sturzo, oggi incubatore sociale e luogo di recupero delle buone prassi ispirate alla Dottrina Sociale della Chiesa — si terrà il Forum AnimAzione 2026, «Opere della Dottrina Sociale e Umanesimo contemporaneo»: più di venti realtà italiane — Atenei, Fondazioni, Movimenti, Centri studi, Personalità — unite dal desiderio di restituire “un’anima all’azione” e rimettere “in azione le tante anime” che fanno ancora ricco e unico il nostro Paese.
A Caltagirone, non su un palco, ma in un’opera, le parole di don Sturzo ritornano a casa. E chi vorrà davvero dirsi “libero e forte”, se vuole, saprà dove trovarle!
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