Nelle benedizioni che chiedeva Francesco il suo stupore sempre nuovo per il Vangelo

4 MAGGIO, 2025

FONTE: Avvenire

La preghiera carismatica in un pontificato allergico al “si è sempre fatto così”

Il 13 marzo 2013 commentavo in diretta per Radio Vaticana l’elezione del nuovo Pontefice. Non mi stupì che un gesuita decidesse di chiamarsi Francesco. Nomen omen. Sapevo che con lui molte cose non sarebbero più state come prima e che l’ansia di rinnovamento che aveva conosciuto la Chiesa Conciliare sarebbe divenuta il respiro del Pontificato. Conoscevo già il cardinale di Buenos Aires, essendo egli stato l’assistente spirituale del RnS in Argentina. Non mancava di ricordarlo e al contempo di essere molto esigente con il Movimento. Ma esigente Francesco lo era, intanto, con se stesso. Ha posto alla Chiesa una sfida epocale: abbandonare il comodo criterio pastorale del “sì è fatto sempre così”, senza sconti, accomodamenti, compromessi, senza mai preoccuparsi del “politicamente corretto”, senza risparmiare una totale revisione dell’Istituzione ecclesiale e un aggiornamento del Magistero corrente. In molte circostanze ho potuto personalmente constatare la sua “fiducia nell’invisibile sino a provare le vertigini”, come amava dire Francesco del suo rapporto con lo Spirito Santo. Senza questa docilità al Paraclito, sopra ogni letteralismo o legalismo, è impossibile comprendere il passo di Francesco, finanche alcune contraddizioni o ripensamenti che emergono nella storia di questo Pontificato. Sono stato autore (era il 2014) di uno dei primi libri dedicati a Papa Francesco, testo che con la sua benedizione portai alla Fiera del Libro di Buenos Aires, nella versione in lingua spagnola, visitando tutti i luoghi bergogliani. Per comprendere l’ideale della “conversione pastorale in chiave missionaria”, che Francesco ha posto a fondamento del suo Papato, occorre prima andare tra la sua gente, el pueblo fiel del Dios, tra i sacerdoti di strada, tra i cartoneros, che non erano l’appendice o i destinatari delle sue attenzioni, bensì il cuore pulsante del suo ministero. Niente più della promozione e difesa della dignità dell’uomo, integrale e trascendente, ha avuto valore in lui e per lui: Francesco era disposto a qualunque rinuncia pur di “misericordiare” la storia umana. Senza questa chiave interpretativa non si coglie appieno il suo Magistero spirituale ed ecclesiale, a tratti rivoluzionario rispetto al passato, certo ancora tutto da digerire per profondità e aperture. La prima volta che gli parlai dell’impegno per i carcerati presso il Fondo Sturzo a Caltagirone, mi guardò e mi disse: “Sono i primi che visiterò e a cui laverò i piedi”. E così fece e ha fatto nell’ultima uscita pubblica fuori dal Vaticano, prima di morire. Francesco amava la preghiera carismatica, spontanea, aperta, ispirata dallo Spirito, soprattutto nell’ambito dell’ecumenismo spirituale che trova proprio nel “pregare per riconciliarsi” la sua forza espressiva. A distanza di tempo non mi riesce ancora di accettare l’idea che allo Stadio Olimpico di Roma, dinanzi a 52.000 persone e al mondo intero collegato in diretta televisiva, il Papa stesse in ginocchio a pochi metri da me, chiedendomi di fare alzare le mani al Cielo di tutti i presenti per invocare su di lui una rinnovata effusione dello Spirito Santo. Francesco amava stupire perché viveva lo stupore sempre nuovo del Vangelo. Nel corso delle Udienze private non c’era volta che non si inchinasse chiedendo una preghiera “su di lui”. Dio sa con quanta fatica mi prestavo a questo invito: ero io, e non il Papa, che avrebbe dovuto inchinarsi ed essere benedetto! Non trascuriamolo: la preghiera apre il cuore; la preghiera dilata la capacità d’amare; “la preghiera ci fa vedere il bene oltre il male, il bene che vince il male”, come ha più volte ricordato Francesco. Nel 2015 portai personalmente al Presidente Obama negli USA una lettera autografa firmata Francis, nella quale il Papa invitava i 2500 leader presenti al National Prayer Breakfast a ripartire dalla preghiera, a dare corso a politiche “pregate prima che pensate”. Credo, come amava dire, che “non far fare dogane allo Spirito Santo” sia stato il suo vero segreto, per un Umanesimo cristiano – quello fortemente rivendicato alle Chiese d’Italia nel 2015 – di stampo pneumatologico, per un mondo, nuovo, per una “civiltà dell’amore” incarnata nella “armonia delle lingue della Pentecoste”.

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