Papa dell’umanità

21 APRILE, 2025

FONTE: La Sicilia – 23 Aprile 2025
Il 13 marzo 2013, giorno della fumata bianca, ebbi il privilegio di essere chiamato da Radio Vaticana a commentare in diretta l’habemus papam dato dal camerlengo card. J.L. Tauran: il 266° Vescovo di Roma era l’argentino Jorge Mario Bergoglio, col nome pontificio di Francesco.

Conoscevo già il cardinale di Buenos Aires, essendo egli stato l’Assistente Spirituale del Rinnovamento nello Spirito in Argentina. E, dunque, non mi sorprese questo inedito quanto rivoluzionario binomio: un gesuita che poneva il suo ministero petrino sotto l’egida del poverello d’Assisi. Mi erano già noti l’amore di Bergoglio per i poveri, per i carcerati, per i cartoneros delle periferie della capitale argentina, per la causa ecumenica e interreligiosa, il suo vivere come un “laico” – in una casa privata, servendosi di mezzi pubblici e non da curiale – il suo sentirsi pienamente parte del popolo di Dio. Per dirla con un’espressione di sant’Agostino: “Fratello tra voi, Vescovo per voi”. Ogni Pontificato pone alla storia della Chiesa e dell’umanità una domanda di fondo. E dopo il “Chiesa cosa dici dell’uomo?” di Giovanni Paolo II; e il “Chiesa cosa dici della tua fede?” di Benedetto XVI, ecco la grande provocazione di Francesco: “Chiesa cosa dici della misericordia?” Il Papa che affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni si definì “chiamato quasi dalla fine del mondo” avrebbe subito e arditamente mandato in crisi un mondo ecclesiale nel quale vigeva il “si è fatto sempre così”, per spingere la Chiesa “fuori di sé”, fino alle estreme periferie dell’umana dignità ferita da ingiustizie, da legalismi, da discriminazioni, da mondana esteriorità. Forte con i forti, debole con i deboli e, in ultimo, sofferente tra i sofferenti, la parabola esistenziale ed esponenziale di questo Pontificato è certamente stata quella della “autenticità evangelica”, nel desiderio di fare prevalere sempre il servizio sul potere, il Vangelo sulla stessa Istituzione ecclesiale. Uomo libero, Francesco, sempre ispirato e disarmante nelle sue decisioni. Ebbi modo di esperimentarlo l’1 giugno del 2014, quando, allo Stadio Olimpico di Roma, dinanzi a 52.000 persone, in occasione del Raduno Internazionale del RnS, mi ritrovai il Papa in ginocchio a tre metri da me e io con le mani alzate al cielo a invocare lo Spirito Santo su di lui. Il programma concordato prevedeva che fosse Francesco a guidare la preghiera e tutto lo Stadio in ginocchio, non il contrario, come decise e mi obbligò a fare. Nella mia prima Udienza privata con lui, il 9 settembre 2013, a due giorni dall’Adorazione Eucaristica in Piazza San Pietro, convocata per fermare la guerra in Siria, mi disse: “Nessuno voleva che indicessi questa preghiera; tutti mi avevano scoraggiato. Ma nel cuore Dio mi diceva di farlo e io devo obbedire a Dio”. E la guerra, seppure per pochi giorni, si fermò, a indicare il potere miracoloso della preghiera a cui Francesco credeva fermamente: tutti sappiamo che non ha mai terminato incontro pubblico e privato senza prima dire: “E per favore, pregate per me!”. Papa Francesco amava le cose semplici, gustava con piacere i cibi mediterranei, si appassionava ai racconti della gente comune che, di fatto cercava, raggiungeva al telefono o faceva giungere, anche “di nascosto”, eludendo i protocolli, nella sua abitazione di Casa Santa Marta. Da Consultore, più volte ho avuto modo di salutarlo al termine delle Plenarie dei Dicasteri, in Vaticano. Un giorno, dopo il baciamano di rito, prendendomi da parte, all’orecchio mi disse: “Quei prodotti erano buoni; puoi mandarne altri”. Un mese prima gli avevo fatto giungere paté e confetture lavorate da ex detenuti presso il Fondo Sturzo, in Caltagirone. Le aveva gradite, ma sapevo che ancor più era felice di sapere che “quei prodotti” erano stati lavorati da mani che si affrancavano dal male. Francesco non ostentava cultura o dottrina, non amava i protocolli, cercava sempre il dialogo, certo di potere incontrare “i santi della porta accanto” fuori dai Palazzi, tra il “popolo fedele di Dio”, come amava chiamare la gente in ossequio alla celebre espressione del Concilio Vaticano II. G. Bernanos ha scritto: “I poveri hanno il segreto della speranza, perché sono loro che ci insegnano a sperare”. Questo aforisma si addice assai bene a Francesco, che ha voluto che il Giubileo in corso fosse un ribaltamento delle false e inconcludenti speranze che agitano il cuore dei potenti della terra. “Morto un Papa se ne fa un altro”, si suole sentire nella Roma papalina. In realtà non muore la profezia e l’insegnamento di Francesco, con il quale la Chiesa è pienamente entrata nelle grandi sfide del Terzo Millennio. È stato “Papa dell’umanità”, oltre i confini spirituali del ministero petrino, in un tempo impoverito dalla mancanza di Padri e in recessione spirituale. Ci mancherà, nel cuore, perché è nel cuore della storia che il Santo Padre si è collocato come Pontefice tra cielo e terra.

*Già presidente del RnS, già consultore di tre Dicasteri Vaticani, già presidente della Fondazione Vaticana per la Famiglia, presidente del Polo di Eccellenza Sturzo.

Altri Articoli

𝐂𝐎𝐑𝐒𝐎 𝐝𝐢 𝐓𝐄𝐎𝐋𝐎𝐆𝐈𝐀 – 𝐀𝐏𝐄𝐑𝐓𝐎 𝐀 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐈 “𝑺𝒑𝒊𝒓𝒊𝒕𝒐 𝑺𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒆 𝑪𝒂𝒓𝒊𝒔𝒎𝒊”

𝐂𝐎𝐑𝐒𝐎 𝐝𝐢 𝐓𝐄𝐎𝐋𝐎𝐆𝐈𝐀 – 𝐀𝐏𝐄𝐑𝐓𝐎 𝐀 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐈 “𝑺𝒑𝒊𝒓𝒊𝒕𝒐 𝑺𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒆 𝑪𝒂𝒓𝒊𝒔𝒎𝒊”

𝐂𝐎𝐑𝐒𝐎 𝐝𝐢 𝐓𝐄𝐎𝐋𝐎𝐆𝐈𝐀 – 𝐀𝐏𝐄𝐑𝐓𝐎 𝐀 𝐓𝐔𝐓𝐓𝐈 “𝑺𝒑𝒊𝒓𝒊𝒕𝒐 𝑺𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒆 𝑪𝒂𝒓𝒊𝒔𝒎𝒊” che si svolgerà presso l’𝐀𝐭𝐞𝐧𝐞𝐨 𝐏𝐨𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐨 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐧𝐚 𝐀𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨𝐥𝐨𝐫𝐮𝐦 (𝐀𝐏𝐑𝐀) 𝐢𝐧 𝐑𝐨𝐦𝐚, 𝟏𝟒 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 – 9 𝐝𝐢𝐜𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟔, 𝐀𝐧𝐧𝐨 𝐀𝐜𝐜𝐚𝐝𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟔–’𝟐𝟕.

Share This