Prendi in braccio il Bambino e mantieni l’abbraccio!

24 DICEMBRE, 2023

Perché sia, davvero, buon Natale… di Gesù!

Buon Natale, Buon Natale di Gesù.
Da venti anni propongo che si dica, senza ometterlo, di Gesù.
In realtà, così facendo, gli auguri risultano più scomodi, compromettenti e rivoluzionari.

Seppure non mi trovi in ottima salute, e si sente dalla voce, mi decido a video inviare questi miei Auguri, nella speranza che davvero questo Natale di Gesù segni una svolta d’amore nelle nostre vite.
Una svolta nel segno del Bambino.
Una svolta che questo nostro Gesù faccia solo vivere e non più morire.

È appena nato Gesù ed è già a tema è la sua morte e la morte di tutti i suoi discepoli.

Oggi è Santo Stefano.
Una festa che solo in Italia e in pochi altri Paesi d’Europa si onora.
Da noi è giorno festivo; è come il prolungamento del Natale, come un Natale vissuto in due giorni.

In realtà, il 26 dicembre manda già in crisi la Natività del 25.
Al profumo di vita di coloro che accolgono il Bambino lascia il posto il profumo di morte di coloro che lo rifiutano.
Un profumo acre, difficile da cancellare nell’aria; nessun profumo di ragù del pranzo festivo o di igienizzatore di ambiente potrà mai smorzare l’odore di un Bambino che muore.

Vorrei chiederti: ora che Gesù è nato, sai mantenere in braccio il Bambino?
Sai mantenere l’abbraccio del neonato Gesù?

È nato per Te o stai festeggiando la sua Nascita nella vita altrui?
E poi, sinceramente, è davvero Lui che nasce o la Tua idea di Gesù, del Natale di Gesù
lontana dalla vera esistenza e dal destino del Bambino?

Ripensa alla prima volta che hai preso in braccio una creatura appena nata, che fosse tuo figlio o il figlio di altri.
In realtà hai percepito più che l’emozione e la gioia di reggere una creatura, la responsabilità di non farla cadere a terra.

Con il Bambino Gesù hai tra le braccia una vita, la vita, la tua vita, la vita del mondo.
Per quanto tu voglia dare una culla al neonato, chi viene alla vita può solo stare a terra e attende chi lo sollevi, chi lo regga, chi lo conduca.
Siamo creati per la terra, per quanto il nostro destino ultimo sia oltre e altrove.
Il Grande Padre della Chiesa Sant’Atanasio di Alessandria, uno dei più grandi Padri dell’Oriente cristiano, nel IV secolo, affermava del Bambino che “si è fatto portatore di carne”. Gesù, portatore di carne, perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito, con S maiuscola, dunque di vita.

Per gli Auguri di Natale ho scelto un’immagine in cui Maria non tiene in braccio il Bambino, ma lo depone a terra. È la Natività del Caravaggio, in un’atmosfera triste, in cui sembra che il destino del Bambino sia già segnato: nasce povero; muore solo; crescerà e vivrà tra ogni sorta di infamia e incomprensione.
Questa l’incarnazione di Gesù. Ci piaccia o no è andata così.

Non è facile vivere.
Ancora più difficile indovinare la vita, specie se la vita nostra, nella carne, aspira ad essere santa, vera, giusta, buona.

Per favore, puoi prendere in braccio il Bambino?
Puoi mantenere il suo abbraccio?

Gesù è un abbraccio di vita scomodo, come quando il neonato che hai preso in braccio comincia a piangere, si dimena, e tu non sai gestire la situazione, non hai esperienza, non hai ancora imparato ad andare oltre i tuoi limiti.

Gesù è proprio il misuratore della mia fragilità,
Gesù è il misuratore della mia libertà ferita,
Gesù è il misuratore delle mie paure senza amore.
E non lo fa da adulto; lo fa da Bambino.

Gesù non ha bisogno delle mie difese. Lui è un Bambino indifeso.
Troppo facile alzare la mano e percuotere un bambino.
Troppo facile ucciderlo e lasciarlo morto in terra ad aspettare che qualcuno gli faccia un funerale magari accusando di genocidio i capi dei popoli che guerreggiano.

Incredibile, non sappiamo mantenere l’abbraccio.
È appena nato e già non vedi l’ora di togliertelo di dosso, perché ti sfida, ti chiede tempo, soluzioni, impegno, vuole essere parte della tua vita, vuole dipendere dalla tua vita.
Soprattutto, Gesù non vuole morire.

Facile dire “Buon Natale”.
Meno facile dire “Buon Natale di Gesù”, se questo Bambino Gesù i più non sanno
neanche chi sia o non hanno più desiderio di sentirselo dire, perché “Buon Natale di Gesù”
è un “augurio scomodo”, che scomoda.

Meglio lasciarlo a terra il Bambino.
Tanto qualcuno passerà di lì e se ne prenderà cura, prima che Erode lo trovi.
E magari, se il bambino è già morto, come i 10.000 bambini morti in Palestina dall’inizio di questa demoniaca guerra nella patria del Bambino Gesù, almeno proviamo a darne degna sepoltura, nell’attesa di raccoglierne altri da terra, perché con il Natale di Gesù non nasce solo un nuovo Bambino, ma, di fatto, sempre anche nuovi Erodi.

Satana rinasce sempre a ogni Natale di Gesù. E, in apparenza, è sempre più forte e letale.

Scrisse un giorno il nostro Premio Nobel per la Letteratura Salvatore Quasimodo, concludendo la sua poesia intitolata Natale: “Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino che morirà poi in croce fra due ladri?”

Ti prego, prendi in braccio il Bambino e magari permettiamo al suo pianto, come al pianto di tutti i bambini neonati – che, come tutti i neonati sanno solo parlare piangendo, per dirci che sono in vita – di rivelarci la nostra incapacità di amare, la nostra instabilità nell’amore, la nostra indisponibilità a ricominciare ad amare ciò che non è amato.

Prendi in braccio il Bambino e mantieni il Suo abbraccio.
In silenzio, se serve, per sentire lo Spirito che prega in te; e dici, ripeti sinceramente:“Pietà di me, Bambino Gesù”.
Pietà delle mie feste, delle mie liturgie, delle mie preghiere e dei miei canti.
Pietà delle mie lagrime di Natale che durano fino a Santo Stefano e non vanno oltre.
Pietà della mia falsa pietà.

Un altro grande e chiacchierato letterato italiano, che poi concluse la sua parabola umana vestendosi con il saio francescano e rinchiudendosi per lungo tempo a pregare, Gabriele D’Annunzio, nella sua lunga lirica dedicata al Natale, intitolata Il Rinato, scrive del Bambino Gesù: “Fasciato di tristezza era tra i vivi e i morti; e il ferro e il sangue e il loto
erano innanzi a lui doni votivi… E sanguinava in fasce”.

Mi dispiace, nessuno si offenda. Gesù non è amato perché il Bambino, appena nato, già sanguina e muore.

“Ferro e sangue”, ecco i doni votivi che portiamo al cospetto del Bambino Il ferro e il sangue di una violenza che nessuna luminaria di strade e di alberi riuscirà a spegnere.
Il ferro e il sangue di una cultura di morte che il Natale di Gesù di fatto non sembra scalfire, perché non sappiamo più difendere la Vita.
Il ferro e il sangue di una civiltà che, se si dice ancora cristiana, lo fa solo ad onta di se stessa e dei suoi figli. Dei figli che forse mai nasceranno, perché in Italia non si vogliono più mettere al mondo bambini.

Lo ripeto: meglio lasciare cadere il Bambino dal cuore, che prendere il Bambino in braccio.
Non lo dimenticate: siamo stati capaci di fare referendum e continuiamo a fare leggi per dire “questa è vita e questa non la è; questa vita vale di più e questa di meno e questa no”; questa vita può vivere questa può morire”.

Che bravi. Ma lo abbiamo mai fatto tenendo in braccio il Bambino?
O di vita parliamo seduti nella panca di una Chiesa, in un gruppo identitario, magari dinanzi a un televisore, al ristorante, oppure sugli scanni di un parlamento, nei gabinetti medici, nelle aule di un tribunale?
Troppo facile, troppo comodo.
Facciamolo con il Bambino in braccio e forse cadranno dalle nostre mani il ferro e il sangue.

Magari avessimo usurpato il diritto del Creatore per dare vita, per apparire potenti.
Ci siamo ammantati del potere del Creatore per dare la morte: siamo una caricatura meschina di Dio, che è il Signore della Vita, l’Autore della Vita, il Perfezionatore della Vita, come in lungo e in largo ci tramandano i Libri dell’Antico e del Nuovo Testamento in cui miliardi di ebrei, cristiani, musulmani credono.

Noi abbiamo usurpato il Natale di Gesù.
Siamo usurpatori del potere di Dio. Abbiamo usurpato la vita per la morte.

Prendi in braccio il Bambino e mantieni l’abbraccio, quanto più è scomodo.

Non ho nulla di cui vantarmi e non mi sento, davvero, migliore di nessuno, ma la mia vita e il mio ministero in giro per il mondo, le responsabilità che ho avuto il privilegio di assumere, mi hanno insegnato di anno in anno quanto sia tremendo tenere in braccio il
Natale di Gesù.

Ne sono testimone.

L’ho imparato tenendo in braccio nella cattolica Manila i bambini filippini che vivono nella discarica a cielo aperto più grande del mondo. Una città di rifiuti in cui non distingui un rifiuto da un bambino.

L’ho imparato in Sicilia, ad Aidone, tenendo in braccio i bambini africani senza accompagnamento di genitori, sbarcati a Lampedusa e portati nel nostro centro di accoglienza, dopo anche 18 mesi di viaggio e di violenze di ogni genere subite.

L’ho imparato tenendo in braccio i bambini cristiani profughi della Siria e dell’Iraq nei campi di concentramento gestiti dai musulmani, più che da cristiani, della Giordania e del Libano.

L’ho imparato nel Carcere femminile di Rebibbia di Roma, tenendo in braccio bambini, reclusi con le loro mamme, che devono scontare, ancora prima di stare in piedi, le cadute e le colpe delle loro mamme carcerate.
L’ho imparato a Chisinau, la prima volta che vi ho messo piede, 21 anni fa, tenendo in braccio bambini moldavi senza nome, senza famiglia, che vivevano nelle fogne e apparivano a mezzogiorno, un’ora al giorno, per andare alla ricerca di cibo.

L’ho imparato nel reparto di oncologia pediatrica del Bambin Gesù di Roma, tenendo in braccio bambini condannati a morire tra le bestemmie e le preghiere dei loro genitori impotenti.

Ho imparato con la Vita, dalla Vita, quando sia difficile, sfidante, vero, veritativo, dire: Buon Natale di Gesù.

“Vi chiedo di pregare davanti al presepio per i bambini”, ha detto nove giorni fa papa Francesco, in occasione dell’Angelus della Terza Domenica di Avvento, benedicendo i Bambinelli dei presepi portati dalle famiglie in Piazza San Pietro.

Si può pregare in molti modi.
Ma credo che non debba esserci un fraintendimento di fondo.

Davanti al Presepio, si prega Gesù non tanto perché i bambini vivano, ma perché noi non abbiamo ad essere ancora gli Erodi della storia, perché noi abbiamo a tenere in vita i bambini e li facciamo crescere.
Dunque, sì, si prega, dinanzi al Bambino, ci chiede il Papa, ma perché noi non perdiamo di vista i bambini, guardando meglio a noi stessi e cosa ne stiamo facendo del loro futuro, del futuro di Gesù

Pregando noi impariamo chi siamo, cosa valiamo, quanto dipendiamo da Dio, quanto gli altri dipendano dal nostro amore, dalla nostra vita.
Pregando mettiamo a nudo la morte che abita in noi, perchè la vita vinca.
Pregando, impariamo a non perdere di vista il Bambino.
Davanti al Presepio, davanti al Bambino, preghiamo per noi in vista dei bambini e non per i bambini fuori dalla nostra vista, dalla nostra portata d’impegno.

Guardateli. Loro, i bambini, non perdono mai di vista i padri e le madri – se ancora li hanno.
Non perdono mai di vista gli adulti, da cui imparano a vivere e a morire, forse, oggi, più a sopravvivere che a vivere, in questa onda di disumanità collettiva che stiamo scaraventando sul loro futuro e che non risparmia nessuno di noi, che, di fatto, siamo sempre più “cattivi”.

Questa mattina, sentendo mia madre al telefono, le ho rinnovato gli auguri di Natale, aggiungendo che il Bambino Gesù, appena nato, è già a rischio di morte.
Oggi il Bambino, in Santo Stefano martire, è già il simbolo della morte innocente, di tutte le morti premature, delle morti ingiuste, della vita perseguitata, della fede nella vita che viene messa a morte, proprio perché è eterna.
Da quando Gesù è nato, è sempre andata così e così sarà per i suoi seguaci.

Mia madre, mentre le parlavo di questo, mi interrompeva e, come una teologa, mi ricordava il “perché” questo accade e proprio all’indomani del Natale di Gesù. In tre parole: “Perché siamo cattivi”.

Sì, verissimo, nulla di nuovo sotto il sole direbbe il profeta Qoelet.
Divenuto grande, lo stesso Gesù lo dirà senza mezze misure, come riporta l’evangelista Marco, al capitolo 7: “Il cuore dell’uomo è cattivo”, sentenzia Gesù.
“Nel cuore dell’uomo si annidano tutte le intenzioni cattive. E non è la storia che rende male intenzionato l’uomo, ma il cuore dell’uomo che fa malvagia la storia”. Così dice Gesù.

Ma a Natale non diventiamo tutti più buoni, gentili, pronti a fare una elemosina o un regalo, disponibili a ritrovare la famiglia e i suoi valori?
Sì, e molti sono sinceri. Ma quanto dura?

Se il cuore non ha un amore durevole, l’amore non dura.
E allora il Bambinello muore e il Natale di Gesù non cambia la mia storia.

Un giorno, soccorrendo un povero per strada, mi sentii dire: Non ho bisogno dei tuoi soldi.
Gli dissi: ti compro una maglia la tua, non ti copre più. Mi rispose, “non ho bisogno che mi vesti e poi che mi dai mangiare e qualunque altro tuo gesto”.

Il povero, in fondo, non sa cosa farsene del tuo pacco regalo di Natale.
O delle tue promesse di giustizia, di cambiamento, di pace.
Un povero non ti chiede la vita; un povero chiede di vivere.
Un povero vuole vivere con le sue mani e con le sue gambe, con il suo cuore, con la sua intelligenza e con il suo corpo.

Un Bambino vuole solo diventare grande!

“Maria, darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande” (Lc 1, 31-32)

“Sarà grande”. Così annunciò l’Arcangelo Gabriele alla Madre di Gesù.

Dunque, ora che è nato, la questione è che sia grande.
Che cresca il Bambino, che divenga grande, che eserciti la sua grandezza, il suo potere nelle nostre vite, nella sua Chiesa, nel mondo intero.

Gesù, sii grande.
Mantengo il Tuo abbraccio e trovo in Te la mia gioia.

“La grande gioia annunciata dagli angeli”, il giorno del Tuo Natale, sia la gioia del mio abbraccio, del mio difenderti, del mio farti crescere, del mio volerti grande, sempre più grande.

Carissime, carissimi ,
“ci si abbraccia per ritrovarsi interi”, scriveva dall’ospedale psichiatrico dove era internata
la poetessa milanese Alda Merini.

Sì, abbraccia il Bambino e mantieni l’abbraccio.
Possiamo essere profezia di un nuovo amore, di una nuova estroversione, di una nuova responsabilità, di un nuovo servizio, di una nuova evangelizzazione.

Un nuovo anno sta iniziando, il 2024: ci porterà dritti al Grande Giubileo del 2025.
Ma non arriviamo a mani vuote, non arriviamo senza il Bambino.

Se il fiato è corto, se la preghiera è fiacca, se la Parola è spenta, se il cuore è vuoto, allora stringi ancora di più il Bambino.
Fallo, non smettere di farlo.

Mantieni l’Abbraccio e Cristo manterrà Te.
Mantieni l’abbraccio e Cristo non sarà solo Tuo, ma di tutti e per tutti.
Lui sarà grande e tu sarai grande con Lui.
Una nuova generazione di bambini lo onorerà e così i lori figli e i figli dei loro figli.

In conclusione, faccio mie e le consegno, come sigillo, le parole del Salmo 78, 3-7:
“Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo
nascosto ai loro figli… Il Signore ha comandato ai nostri padri di farle conoscere ai loro
figli, perchè le sappia la generazione futura, i figli che nasceranno. Anch’essi sorgeranno a
raccontarlo ai loro figli, perchè ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere
di Dio, ma osservino i suoi comandi.
Buon Natale di Gesù
Buona vita nel Bambino Gesù.

 

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