SPERARE È D’OBBLIGO!
da “C’è una speranza che non delude”, Ed. RnS, 2008)
26 SETTEMBRE, 2025
Dal Libro “C’è una speranza che non delude” (2008), titolo che riprende il motto del Giubileo della Speranza in corso (da Rm 5, 5), una riflessione che ricentra orizzonti e dinamismo della speranza nel tempo della crisi e delle “grandi tentazioni”.
“Speme diss’io è uno attendere certo della gloria futura”, scriveva Dante 1. È questa la trasfigurazione dei cristiani, il vero rinnovamento dei cristiani: nella speranza è già la gloria futura; in essa ci è dato, mediante lo Spirito, di partecipare sulla terra, della compagnia dei santi.
Il grande padre della Chiesa d’Oriente, S. Giovanni Crisostomo, commentando la celebre espressione di San Paolo “noi ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio” (cf Rm 5, 2), sostiene che ciò va fatto proprio perché “possiamo apprendere quali pensieri debba nutrire l’anima fedele al Signore” 2 .
La beata Elena Guerra (dal 2024 santa, n.d.a.), icona vivente delle due mani alzate, tese verso il cielo – così come appare nelle immagini d’epoca che la raffigurano – così ebbe a pregare lo Spirito Santo, con tono familiare e confidenziale, audace nella proposta che gli rivolge: “O Eterno e dolcissimo Divino Amore, io non so più che fare per voi… Se volete di più e di meglio aiutatemi; oppure trovatevi chi meglio vi serva” 3 . Era tanto grande la speranza dell’invasione della gloria di Dio, che non si dava rassegnazione dinanzi ai limiti umani.
Questa dovrebbe essere la prospettiva di ogni cristiano: un cuore “gonfio” della gloria di Dio, tanto da non poterne sopportare il peso, quel soave peso che si fa desiderio e responsabilità di condivisione con tutti. C’è un imperativo che ogni credente è tenuto ad osservare: “Rendete ragione della speranza che è in voi!” (cf 1 Pt 3, 15).
A questo richiamo del primo Pontefice della storia cristiana, mons. Dino Foglio – la cui memoria e presenza sempre ci accompagnano – fa eco: “In questa ora presente dobbiamo liberarci dalle nostre false ragioni di speranza, un facile ottimismo, strategie umane. Niente più della parola di Dio è sorgente suprema di speranza. Siamo dinnanzi a grandi svolte nella
storia della Chiesa perché lo Spirito è in attività e ci spinge verso profondità nuove, a comprendere il mistero di morte e di risurrezione di Gesù. Noi siamo fortunati. Stiamo vivendo questo momento privilegiato, ci stiamo arricchendo delle straordinarie esperienze dei doni di Dio e dei suoi carismi. Il vento di desolazione che ha scosso la società, l’ondata di immoralità che ha sommerso il mondo, quasi un maremoto, i mass-media, con i loro prodotti devastanti specie per la gioventù, hanno tentato di fare buio sulla speranza, facendoci camminare come abbattuti, delusi, simili ai discepoli di Emmaus il giorno dopo la crocifissione. All’inizio del terzo millennio occorre che tutti, giovani e non giovani, si sentano impegnati nella missione di mutare gli orizzonti opachi del secolo che ci siamo lasciati alle spalle e sappiamo recuperare la speranza per cambiare il futuro. Sperare è un dovere, non un lusso; sperare non è sognare, ma è il mezzo per trasformare un sogno in realtà. Felici coloro che osano sognare, felici coloro che sono disposti a pagare il prezzo più alto, perché il sogno prenda corpo nella vita degli uomini” 4 .
Che splendide parole! Il sogno continua, continua a farsi profezia. È il sogno di centinaia e centinaia di giovani, di ragazzi e di bambini, che imparano a invocare la discesa della gloria del Signore nella loro vita.
Cristo, il volto umano della speranza.
La vita cristiana è un continuo passare dalla tempesta alla bonaccia. Anche noi somigliamo a Pietro: stava per affondare, pur sapendo nuotare, come è descritto nell’’episodio in cui Pietro cammina sulle acque (cf Mt 14, 22 ss). Come è possibile che un nuotatore provetto come Pietro stesse per affondare, al punto che Gesù dovette aiutarlo a ritornare a galla? Ebbene: la paura fa affondare, la speranza ci fa stare a galla!
C’è un altro episodio, riferito dall’evangelista Giovanni, in Gv 21, 1-23, che ben correla alla situazione che stiamo considerando. Protagonista è ancora Pietro: insieme agli apostoli, dalla barca in acqua, rivede al di là del lago Gesù risorto, che arrostisce del pesce. Pietro si getta in acqua, con una gioia incontenibile; nuota con l’entusiasmo degno di un campione
olimpionico. Il traguardo della sua vita, Gesù, l’oggetto del suo sperare non era perduto. Era lì, vicinissimo, raggiungibile. Era Gesù ad attenderlo, lo stesso Gesù che Pietro si era rassegnato a non rivedere più vivo. La speranza lo aveva fatto gettare in acqua, ancor prima che la fede e l’amore. Ora il cuore di Pietro non poteva conoscere la disperazione: era il
cuore di un salvato. La meta era a lui vicinissima: lo stesso Gesù di Nazaret, umanissimo, come sempre, comprensibile da Pietro, in atto di arrostire del pesce, gli stava dinanzi e lo attendeva.
Osserviamo Gesù risorto. Propone forse a Pietro una catechesi sulla risurrezione di cui era stato protagonista? Oppure un’esegesi sulla sua discesa agli inferi per liberare suo padre Giuseppe, i patriarchi, quei Mosè ed Elia che Pietro aveva contemplato sul Tabor (cf Mc 9, 2- 8)? O magari Gesù riprese il discorso iniziato sullo Spirito Santo, di cui aveva parlato in modo di certo non chiaro, né esaustivo nel Cenacolo prima di abbandonare gli apostoli al loro destino (cf Gv 14-16)? Cosa fa Gesù? Chiede del pesce! Ma come – verrebbe da chiedersi – un corpo risorto può ancora avere fame?
In realtà, Gesù ha fame dei suoi amici. Gesù ha fame di ognuno di noi, di ogni cristiano, dei nostri gruppi e comunità; per questo lo Spirito semina e risemina la speranza in mezzo a noi.
“Avete pescato nulla?” (cf Gv 21, 5a). Ma che domanda è mai questa, rispetto alle mille risposte che da lui quegli uomini, delusi e finalmente riaccesi dalla speranza, si attendevano dal Signore tornato in vita, da quel Gesù che appariva e scompariva dinanzi ai loro occhi come un maestro di illusionismo! “Portate un po’ del pesce che avete preso or ora” (Gv 21,
10). Gli Apostoli avevano pescato e poi contato, uno ad uno, i pesci che affollavano la rete.
Quei “centocinquanta grossi pesci” (cf Gv 21, 11) siamo noi.
È un amore di richiesta quello che Gesù esprime verso di noi. Questa scena evangelica rivela un’intensa, castissima esperienza di eros, cioè di amore di richiesta 5 , che tende a soddisfare l’uomo, un amore premuroso, accogliente, confortante, corroborante, l’amore umanissimo di Gesù. Questo è il nostro Dio, fatto uomo, Gesù di Nazaret, capace di un amore
umanissimo, perché al contempo divinissimo.
La scena a questo punto cambia: ecco il faccia a faccia di Gesù con Pietro, un incontro tanto intimo e intenso che faremmo bene a definire “un cuore a cuore”. Gesù rivolge a Pietro la richiesta di una triplice dichiarazione d’amore. “Mi vuoi bene più di costoro?” (cf Gv 21, 15-
17).
Gesù esige un amore alto, divino, che parte dalle gioie terrene, ma che è già partecipe delle realtà eterne. È amore esigente l’amore di Cristo, che deve tendere alla perfezione, secondo le volontà ultime espresse da Gesù nel suo testamento spirituale consegnato a Pietro e agli Apostoli nel Cenacolo (cf Gv 14-17).
Anche a noi è chiesto di riprodurre nella nostra vita lo stesso amore, umano e divino, che fa dell’incontro con Gesù una esperienza sempre viva e godibile.
L’esultanza della speranza: sconfigge il furore di satana
Dobbiamo dare alla nostra speranza il volto dell’esultanza. Ciò fa aumentare il furore di satana. Il maligno vuole contendere a Gesù questo meraviglioso amore umano e divino che solo dal Signore discende in pienezza. Satana vuole falsare il piano di Dio. Il falsario è il titolo che Gesù gli attribuisce (cf Gv 8, 44b). Satana vuole un Cristianesimo falso, un Vangelo falsato, dei cristiani falsificati. E a quanti Satana prepara un posto alla sua cena! Ma a questa “tavola”, l’amore si fa concupiscenza, interesse, scandalo, merce, in definitiva sconfitta.
“Ecco il volto dell’esultanza: Cristo vivente, il vero amante dell’uomo! Posti fra le lotte di questa vita siamo esortati a giubilare con la voce dell’esultanza. Bisogna combattere con il suono delle nostre preghiere contro il diavolo e i suoi inganni, e dimostrare la nostra vittoria con Cristo mediante voci di lode. Fare risuonare pubblicamente le voci vittoriose della nostra gioia è cosa che piace a Dio” 6 .
È proprio questa testimonianza della nostra speranza che allontana il diavolo da noi. E perché non ritenessimo senza significato la dottrina e l’osservanza di questo giubilo, la Scrittura afferma: “Fate risuonare la sua lode; è lui che salvò la nostra vita e non lasciò vacillare i nostri
passi” (Sal 66, 8-9).
Il nostro giubilo è causa di letizia per Dio e di furore per Satana. Perché possiamo giubilare – alla lettera gridare, alzare la voce – anche quando il peso del peccato sembrerebbe non permetterlo? San Paolo ne dà una spiegazione alla comunità di Corinto: “Noi crediamo e perciò parliamo” (cf 2 Cor 4, 13).
Chi crede non può restare muto, inerte; è spinto a dare ragione della propria fede. Sono queste le ragioni dello Spirito, che si contrappongono alle tentazioni di Satana. San Paolo ricorda: “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riservato ai nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (cf Rm 5, 5).
Niente può minare la nostra speranza. Gesù è necessario ad ogni uomo. A noi il dovere di annunziare il Vangelo; agli uomini il diritto di ascoltarlo, di conoscere chi è veramente Cristo e così poterlo incontrare. Gesù è un modello unico. Nulla può essergli paragonato; nulla può contendergli il primato o sostituirsi a lui. Gesù ne dà ragione al diavolo nel celebre episodio delle tre tentazioni nel deserto (cf Lc 4, 1-12). Qui, alle ragioni di satana si contrappone la verità di Cristo.
“Cambia la pietra in pane” (cf Lc 4, 3). Il diavolo sembra chiedere a Gesù di mettere in mostra il suo potere. “Ti darò ogni potere” (cf Lc 4, 6). Dinanzi al nulla di fatto, il diavolo vuole mettere in evidenza il suo potere. “Buttati giù e constatiamo se gli angeli ti soccorrono” (cf Lc 4, 9-10). Il diavolo provoca Gesù, quasi che fosse dimenticato da tutti.
Tre tentazioni che possono rivivere nella nostra esperienza di fede e addirittura farci soccombere, sottraendoci al piano di Dio.
Prima tentazione.
La voce di Satana così ci tenta: “Fammi vedere il tuo potere, le tue capacità; non ti accorgi di essere insignificante? Non vedi che il tuo vescovo, i tuoi sacerdoti valgono poco o nulla?
Fammi vedere il tuo valore senza dipendere dai tempi di Dio, senza sottostare alle regole della comunione fraterna. Fammi vedere quanto conti da solo!”. Da quando siamo diventati cristiani, noi siamo un corpo; siamo il corpo di Cristo, radunato dallo Spirito, nel popolo di
Dio. Non siamo dei solitari o delle individualità autoreferenziali. Non siamo soli: la Trinità è con noi e ci ha dato una comunità, ci ha radunati nella Chiesa.
Seconda tentazione.
La voce di Satana così ci tenta: “Dipendi da me, dal momento che da solo non sei capace di fare nulla di buono. Ti do io forza, capacità, potere, considerazione, il rispetto che vai cercando”. Così prende forma la disperazione del genere umano: quando l’uomo cerca di sfidare la gloria di Dio, ammantandosi di una onnipotenza che non è dato bramare.
Nel mio libro Cristoterapia della gioia 7 definisco questa tentazione egolatria, cioè l’idolatria dell’io, dell’io che si fa assoluto, dell’io che volendo possedere tutto smarrisce Dio, perché finisce con il sostituirsi a Dio stesso. Bisogna fare attenzione che l’egolatria, terribile malattia
dell’anima, non ci prenda tanto da farci diventare padroni dei cuori dei fratelli e della loro speranza! Il solo potere che ci è dato di cercare e di esercitare viene dall’amore. Questo amore è una Persona, una e trina. È l’amore del Padre, rivelato nell’amore del Figlio e reso fruibile nell’amore dello Spirito Santo.
Terza tentazione.
La voce di Satana così ci tenta: “Vediamo se nel momento in cui ti senti affranto, solo, sconfitto c’è qualcuno che si ricorda di te. Se rimani solo e non hai nessuno che si prenda cura di te, perché continui a sperare in Dio?”. Noi abbiamo accolto Gesù nella nostra vita, ma attenzione perché spesso si insinua un coinquilino: è proprio Satana. C’è forse qualcuno che
lo vorrebbe in casa? Di fatto, spesso è di casa; si accasa molto più di quanto si immagini e non è disposto a cambiare domicilio.
Scrive San Giovanni Cristostomo: “Non dobbiamo mai cedere nella nostra speranza.
Nessuna arma è così valida nelle mani del diavolo quanto la disperazione. Noi rendiamo più lieto il diavolo quando ci disperiamo di quanto non avvenga quando pecchiamo” 8 .
Una vita di speranza, non disperata
Quale la speranza, allora, che attraverso la nostra testimonianza dobbiamo alimentare in chi dispera? Che nelle nostre case si torni a pregare come un tempo! Che le madri tornino ad essere «serve del Signore», come Maria: donne animate dallo Spirito Santo e non dallo
spirito vacuo e futile del mondo; donne dedite a fare di una casa un luogo d’amore e non trincee di guerra o luoghi dove ci si sfida. Che i padri tornino ad essere «uomini giusti», come Giuseppe!
Uomini capaci di far vivere la propria famiglia alla luce della fede.
Noi non vogliamo avere nulla a che fare con Satana, il nostro vero nemico e padre di ogni inimicizia. Dobbiamo correre ai rimedi. Cosa accade quando il maligno si annida nelle nostre case ed è ospite indesiderato? Come accade per un intruso, per un ladro, lo si arresta per violazione di domicilio.
Come fare? Vorrei indicare tre rimedi semplici, suggeriti dagli insegnamenti di Gesù, che riassumo in questa definizione tripartita: l’umiltà arresta il diavolo; la preghiera lo incatena; la parola di Dio lo decapita!
Quando san Pietro chiedeva ai cristiani di essere “sempre pronti a rendere ragione della loro speranza” (cf 1 Pt 3, 15), non si rivolgeva soltanto ad alcuni o ai capi della comunità: aveva in mente ciascuno dei membri della comunità. Lo stesso invito è rivolto anche a noi: dobbiamo proclamare, personalmente e comunitariamente, la speranza che ci anima. Ma guai a noi se rimanessimo sul piano di speranze anonime o generiche.
La speranza ci rimanda sempre alla persona di Cristo, al nome di Cristo, al potere di Cristo.
Non a una “specie di Cristo”, mutabile a seconda delle circostanze; una sorta di Cristo buonista, addirittura pressappochista.
La speranza cristiana non è alienazione dal mondo. Non è un rivolgersi a Dio voltando le spalle al mondo. È piuttosto un rivolgersi a Dio portando su di noi il peso del mondo. L’ora dello sconforto è sempre l’ora di Dio. Quando non ci sono più speranze, ecco che si fa più
impellente l’ora della speranza cristiana, perché Cristo è invincibile.
Cristo si fa contemporaneo all’uomo, in ogni tempo e in ogni diversa circostanza. Ecco perché S. Paolo non può che pregare, dicendo: “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito” (Rm 15, 13). Siamo
invitati ad appoggiarci non più sulle nostre ragioni umane, ma sulle promesse di Dio. I cristiani non vivono di ragioni, ma di promesse.
Sperare, un rischio calcolato
La speranza è la fede che non si arrende. La speranza è l’amore che non si stanca di fare il bene. Quale è la nostra profezia? Lasciamolo dire al grande scrittore parigino di letteratura religiosa, Georges Bernanos: “La speranza è un rischio da correre. È addirittura il rischio dei rischi” 9 .
Occorre rinnovare la speranza. Chi prega non può desiderare Cristo senza speranza; chi celebra non può riconoscere Cristo senza speranza; chi celebra non può riconoscere Cristo sull’altare senza la speranza del cielo; chi lavora non può creare la presenza di Cristo nella storia senza speranza.
Ecco perché la speranza ci allena alla testimonianza di Cristo. In un mondo che è pieno zeppo di maestri dell’effimero, la vita è buttata via come un oggetto di scarto, senza valore.
Quanto vale la mia fede? La mia famiglia? La mia dignità? E quanto sono disposto a lottare, a soffrire perché non mi sfuggano di mano o il mondo se ne impadronisca senza alcun merito?
Come sarebbe bello sentirsi rispondere da un papà o da una mamma – alla domanda: “qual è la speranza più viva del tuo cuore”? – “che mio figlio viva e muoia da cristiano!”. Si può vivere in due modi radicalmente opposti: con Dio o senza Dio. Molti, oggi, hanno fatto questa seconda
scelta. Vivere senza scegliere d’amare, intanto se stessi, come dono, e gli altri come parte della propria vita.
Che vita è se non hai qualcuno a cui dire grazie? Se non hai qualcuno da amare, da servire?
Se non hai un amico, un fratello con cui condividere, con cui confidarti, a cui chiedere aiuto? Il senso ultimo della nostra vita è l’amore. Senza l’amore la vita è vuota e non avrebbe senso sperare. Noi, amando, rinnoviamo la speranza, perché crediamo di stare un giorno in cielo
nell’abbraccio eterno di Dio, l’Amore.
Fare posto alla speranza significa riaffermare con fede un nuovo desiderio di vivere, una nuova voglia di vivere: fare di noi, delle nostre vite, una dimora degna di Cristo! La speranza ci dona una nuova sensibilità verso le sofferenze del mondo; una nuova disponibilità a farci carico delle prove dei nostri fratelli; una nuova capacità di seminare fiducia nel futuro.
Sperare, significa essere annunciatori di un altro mondo. Osservando la nostra vita, di noi si dovrebbe dire: “cose dell’altro mondo!”. Sì, un mondo diverso da quello nel quale siamo già immersi, con i piedi ben fissi sulla terra. Chi vive con Dio deve sempre verificare l’intensità, la passione, che risiedono nella sequela del Signore, specie quando questa ci procura fatiche e amarezze.
La Scrittura ci viene in soccorso, con una parola assai incisiva sulla speranza del profeta Isaia, un testo sempre attuale, dal quale ricaviamo i diversi “stadi” in cui si trovano coloro che sperano: “Quanti sperano nel Signore riacquistano la forza” (Is 40, 31a). Si riappropriano dell’entusiasmo svanito, sia nei gesti che nei pensieri. Sono coloro che possono dire, con san Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12, 10c). “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4, 13).
S. Gregorio Magno così li dipinge: “Rimangono attaccati a Dio, alla sua provvidenza, alla sua opulenta generosità. Fortificati nell’attività spirituale più di quanto non lo si possa essere nell’attività carnale” 10 .
“Quanti sperano nel Signore mettono ali come aquile” (Is 40, 31b).
Sono coloro che aprono la loro anima ai voli dello Spirito. Sperando nel Signore diventano, mediante la grazia, talmente forti da essere capaci di sopportare le fatiche più improbe, le avversità più dure. Su queste “volano”, come se non ne sentissero il peso, come se fossero angeli nelle vie del Signore. Volare significa anche imitare le doti delle aquile: esse fanno nidi sulla roccia, e “la roccia spirituale” è Cristo (cf 1 Cor 10, 4); si muovono a prova di sole, e “il sole di giustizia” è Cristo (cf Lc 1, 78).
“Quanti sperano nel Signore corrono senza affannarsi” (Is 40, 31c).
Coloro che hanno messo la loro esistenza sotto la guida permanente dello Spirito del Signore si lasciano strenuamente trasportare da lui. Un trattamento di privilegio è riservato a coloro che corrono con gli occhi fissi in Gesù. Scrive a tal riguardo l’abate e dottore della Chiesa S. Bernardo: “Quando si lavora così, non si desiste, si ama, si ambisce, si gusta tutto. La nostra perseveranza è una sorta di prefigurazione dell’eternità” 11 . Tutto procede senza affanni e si rimane sempre pieni di fervore. Il modello più eloquente di questa “corsa” lo troviamo in Maria. Dopo l’annunzio dell’angelo “si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta
una città di Giuda” (Lc 1, 39).
«Quanti sperano nel Signore camminano senza stancarsi» (Is 40, 31d).
Coloro che, anziché correre, camminano, sono meno ferventi, superano le difficoltà con fatica. Ma se si prosegue con pazienza nel cammino di santità, le difficoltà e le tiepidezze iniziali verranno sempre meglio superate e seguite da un fervore che spingerà a progredire, ad unirsi a quelli che
corrono senza affannarsi nella via che conduce verso la porta stretta con il Signore.
È questa la speranza che annunciamo. È questa la vita che sogniamo. È questo il desiderio che conserviamo. È questa la ragione per cui viviamo e lottiamo.
1 Divina Commedia, Paradiso XXV, vv. 67-68.
2 San Giovanni Crisostomo, Commento alla Lettera ai Romani..
3 7 agosto 1907, in Manoscritti VI, 352.
4 In Aurora di speranza, Ed. RnS, Roma 2006 (pubblicato postumo).
5 In occasione della XXIV Convocazione Nazionale del RnS, Rimini, 22-25 aprile 2006, il Predicatore della Casa Pontificia, p.
Raniero Cantalamessa ofm. capp., ha illustrato la prima Lettera enciclica di Papa Benedetto XVI, Deus Caritas Est, ponendo
l’attenzione sul binomio eros (amore umano di richiesta) ed agape (amore divino di offerta).
6 Ilario di Poitiers, Commento al Salmo 66.
7 Ed. RnS, Roma 2006, pagg. 60-62.
8 De Paenitentia 1, 2.
9 In La libertà perché?
10 In Moralia, 19, 16
11 In De Consideratione.
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