Te Deum

DICEMBRE, 2021

Estratto del Messaggio di fine anno 2021 e inizio anno 2022

Spero che abbiate visto gli auguri nella notte di vigilia del Natale, con il video registrato in Piazza San Pietro.

Nel cuore della cristianità, a guida del nostro cammino, ho voluto accendere una luce nelle tenebre, una lampada di gioia, di giubilo, in comunione con Papa Francesco e con tutti coloro che condividono la nostra fede in Gesù.

*****

Vorrei approfondire il senso e la prospettiva di questo gesto, all’inizio di questo mio Messaggio.

Venendo in mezzo a noi Gesù dice: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8, 12).

Lo dice ieri come oggi, in mezzo a un’umanità che brancola nel buio, che accende artificiose luci per dirsi felice, che permane nelle tenebre e che non trova vie d’uscita al male, che si perde in vicoli ciechi, in strade senza sbocco di pace e di giustizia.

Le tenebre sono un problema; la luce è la soluzione!

Parliamo della nostra umanità, non di un’altra.

L’umanità di cui siamo parte e di cui Gesù si è fatto parte, non per soggiogarla, come fa il male, ma per sollevarla, come sa fare il bene.

Gesù non è venuto per mettersi da parte o per starsene in disparte.

Gesù si è fatto parte di noi, così da stare solo dalla parte dei vinti e infine dichiararsi vincitore sulle tenebre, sul male, sulla morte.

Per questo Gesù si è incarnato!

Per questo il Figlio di Dio e divenuto il Figlio dell’Uomo con il suo Natale.

Lo ricorda san Giovanni, nella sua prima Lettera: “Per questo si manifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (1 Gv 3, 8b).

Una domanda, allora, a me sorge forte dentro: siamo davvero sicuri che Gesù sia stato e sia il Signore del covid-19, cioè che abbiamo sottoposto questa mortifera tenebra alla sua vitale luce?

Siamo dunque certi che le tenebre in cui giace l’umanità siano stare illuminate da Gesù, luce del mondo?

Vorrei far rispondere Dante Alighieri, di cui è ricorso il settecentenario dalla morte. Nel Paradiso, VII canto, il sommo poeta scrive:

“…onde l’umana specie inferma giacque
giù per secoli molti in grande errore,
fin ch’al Verbo di Dio discender piacque” (Paradiso, VII, 28-30).

Tre versi che si comprendono immediatamente: Gesù è disceso dal Cielo alla terra perché le tenebre dell’infermità e le tenebre dell’errore fossero dissolte.

Non nascondiamolo: non solo buona parte dell’umanità non conosce ancora la luce del Vangelo, ma il covid – come una grande tenebra – ha spento la luce di Cristo nella vita di tanti credenti.

Sarebbe qui assai lungo da fare l’elenco dei mali spirituali, e non solo materiali, che la pandemia ha generato proprio tra i credenti come noi.

Solo per darvene brevemente ragione:

la tenebra del covid ha spento la luce della comunione in tante famiglie e in tante comunità che, anziché ritrovarsi, si sono chiuse;

la tenebra del covid ha reso avido e avaro il cuore di tanta gente, nella paura di perdere tutto;

la tenebra del covid ha disorientato tante persone che hanno ideologizzato i vaccini, procurando un male per sé e per gli altri non vaccinandosi, fosse anche non ricorrendovi come a un male minore dinanzi al bene maggiore di tutti;

la tenebra del covid ha causato la perdita di speranza e la voglia di vivere in tanti che hanno dovuto subire un lutto o la perdita del lavoro o la mancanza di un reddito sufficiente per vivere.

Perché, allora, Gesù rimane ancora luce spenta e non accesa in queste e in tante altre situazioni di tenebre?

Perché non proviamo noi, proprio noi, a essere “luce del mondo”, secondo la parola di Gesù, che diventa un mandato per noi, all’inizio di questo nuovo anno 2022: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5, 14a).

In coscienza, riteniamo di aver fatto quanto la fede ci imponeva di fare?

E se avessimo fatto meno o ci fossimo mossi addirittura contro, divenendo tenebra a noi stessi e agli altri, come pensiamo di rimediare?

*****

Vorrei adesso dirvi qualcosa sul RnS nell’anno trascorso, segnato dalla pandemia.

La pandemia non ha risparmiato il RnS. Siamo stati messi a ferro e fuoco; mai avrei pensato di trovarmi dentro un disastro così grande, dentro un combattimento spirituale così intenso e prolungato.

Siamo stati privati dei nostri programmi, delle nostre risorse economiche, abbiamo dovuto rinunciare alla collaborazione di persone fidate che lavoravano da tanti anni nelle nostre strutture, abbiamo dovuto confidare nell’aiuto dello Stato, fatto debiti per far fronte ai bisogni emergenti, chiesto e non sempre ottenuto l’aiuto sperato da chi doveva farsi Provvidenza tra noi.

Abbiamo pagato un prezzo altissimo; e pensando alle difficoltà che sbarcano nel nuovo anno e che ci attendono, possiamo solo confidare nella vicinanza di tutto il Movimento e nella speciale generosità di chi tra noi più ha e, donando, può aiutarci a proseguire la nostra missione.

Mai, nonostante tutto, abbiamo smesso di guardare avanti con speranza creatrice.

Non abbiamo mai smesso di tenere accesa la luce, anzi di provare a portarla alta, dove sentivamo necessità che brillasse, a partire dalle nostre case.

Non ci siamo lasciati vincere dallo scoraggiamento e dal male e, con dignità, ci siamo presentati a tutti, senza mai perdere la gioia.

Sì, con la dignità dei figli di Dio, ai quali è concesso il potere di avere accesso alla grazia! (cf Prologo di Giovanni 1, 12.16).

E, soprattutto, abbiamo lavorato tanto, alcuni davvero senza mai riposare, e molto di più per tenere in piedi ciò che stava per cadere, per trovare nuove vie, nuove modalità per camminare insieme e per provare a stare vicini a tutti, specie ai tanti che chiedevano aiuto spirituale e materiale, lottando per non perdere niente e nessuno di ciò che il Signore ci ha affidato.

In tal senso, la nostra “conversione digitale” e il potenziamento del nostro sito web e dei canali social, sono stati davvero una grande segno dei tempi e non solo per noi!

Non so se siamo riusciti a fare tutto bene, non so se abbiamo dato il meglio, tutto di noi, come chiede la nostra fede.

Il Signore ci perdoni se non abbiamo saputo custodire la sua Casa, se non abbiamo saputo cogliere il kairós di questa grande prova, perché la sua Parola prevalesse sulle nostre parole, la sua grazia sulle nostre povertà, la sua forza sulle nostre debolezze, la sua gioia sulle nostre tristezze.

I due anni trascorsi, inficiati dalla pandemia da covid-19, ci hanno stancato; non possiamo negarlo, siamo stanchi, alcuni sono sfiniti.

Stanchi di notizie contraddittorie, stanchi dell’impotenza della medicina e della politica a cui dobbiamo ascolto e fiducia, stanchi di non poter fare quello che vorremmo, stanchi di sopportare disagi, di fare e rifare da capo, pensando che sia la volta buona per venir fuori da questa grande tragedia.

Due anni trascorsi, che hanno messo a dura prova la nostra salute, la nostra pazienza, le nostre risorse già scarse, in special modo la nostra editrice e tutto il settore organizzativo e missionario, con conseguenze sulla tenuta delle nostre strutture.

Ma soprattutto, ed è quello che per me maggiormente conta, il covid-19 ha messo in sfida la nostra capacità di amare, la nostra tenuta nell’amare.

La Bibbia, ancora con san Giovanni, non usa mezze misure: “Chi non ama rimane nella morte” (1 Gv 3, 14b).

Ciò significa che chi non ama muore, oppure si lascia morire o arriva a dare la morte, o semplicemente permette allo spirito di morte di attecchire come virus mortale.

“Chi non ama rimane nella morte”. Ribaltando questa espressione, possiamo dire: “mi salva l’amore, l’amore mi tiene in vita, è l’amore che ci fa risuscitare quando la nostra vita viene meno”.

Ma quale amore?

Si può amare in molti modi: alla maniera degli uomini o alla maniera di Dio; con Dio o senza Dio; con le nostre forze o con lo Spirito Santo, che è la forza di Dio in noi.

Non mi stanco di ripeterlo, in ossequio al Vangelo di Gesù: senza amore noi non valiamo nulla!

Senza amore tutto si scompone e si disperde!

Senza amore la vita è ferita a morte e si muore!

Senza amore la vita perde di significato e di futuro!

Senza amore risultiamo incomprensibili a noi stessi e agli altri!

Senza amore poniamo solo alibi e rinvii e limiti alla nostra capacità di vivere insieme, in famiglia come in società, in comunità come in parrocchia, superando tutti i limiti che sempre ci saranno, perché l’egoismo è scuola di indifferenza e l’individualismo è il veleno dell’amore in comune.

Sinceramente, interroghiamoci: l’esperienza del covid 19 ci ha resi davvero più vicini, più intimi, più premurosi verso chi ci sta vicino, in una parola più amici?

*****

Permettete che Vi dica qualcosa su questo bene insuperabile, che non ha paragoni sulla terra, che è proprio l’amicizia, ma quella carismatica, che deriva dalla nostra amicizia con Gesù.

L’amicizia è l’accordo delle anime, di anime che si vogliono bene.

L’amicizia è il frutto di un affetto condiviso.

L’amicizia è la condivisione di ciò che si è, che si è diventati grazie allo Spirito Santo.

È il Rinnovamento che ci ha resi amici nel Signore, noi che abbiamo in comune la medesima esperienza di fede carismatica.

La nostra amicizia è spirituale, perché generata dallo Spirito Santo e non dalla carne, che ha le sue simpatie e i suoi interessi spesso in opposizione allo Spirito.

La nostra amicizia discende dal cammino che da tanti anni ci unisce e che ci fa sperare, gioire, servire insieme, nella buona e nella cattiva sorte, ormai da 50 benedetti anni.

La nostra amicizia è dono, un dono grande per la chiesa e per il mondo, perché moltiplica il bene, perché lo amplifica su tanti mali e lo rende efficace in mille situazioni che i nostri Cenacoli, Gruppi e Comunità vivono e soffrono ogni giorno.

La nostra amicizia è necessaria alla Chiesa e al mondo, perché c’è un enorme bisogno di persone buone, di persone al servizio del bene, di persone gentili e educate nei modi: generose, disponibili, impegnate a pregare e a operare nello stesso tempo.

In modo ancora più esplicito vorrei dire: c’è bisogno di credenti carismatici, di cristiani carismatici, di uomini e donne che sanno rilanciare quando altri mollano, che fanno un passo avanti quando gli altri arretrano, che sanno dire a Dio “manda me” e non “perché sempre io”, che sanno ridire a Dio “manda me” e non “manda lui” delegando ad altri il proprio personale impegno.

Sì, carismatici, a disposizione dello Spirito, ma nella storia presente, non nel passato.

Carismatici nella realtà non nella fantasia.

Carismatici nei fatti e non nei detti.

Carismatici nella tempesta non nella bonaccia.

Carismatici nello spazio aperto delle piazze e non nell’orto chiuso della preghiera.

Perché è pregando che carismatici si diventa, ma è solo servendo, ministrando tra la gente, che si è veramente carismatici.

A conforto di quanto ho appena affermato, chiamo a testimonianza un grande “sindaco carismatico”, un uomo che comprese che non bastava pregare – e lui era uomo di preghiera – perché Cristo potesse abitare la storia, le nostre città. È Giorgio La Pira.

Così scriveva il siciliano sindaco di Firenze all’indomani della Seconda Guerra mondiale, quando c’era un Paese da ricostruire, povero, e non mancavano forze avverse:

“Non ci si impoverisce, ci si arricchisce quando si dona ai fratelli! Come è bella l’oasi di pace e di preghiere ma dopo la fatica amorosamente spesa per gli altri. Bisogna avere nell’animo questo pensiero: trasformare questa città dell’uomo perché sia più buona! Non è, forse, la stessa città che Cristo stesso ha abitato? Non è quella dove abitano i nostri fratelli? Non è qui che vanno fatti circolare l’amore e la verità? Non essere come coloro che non sono cristiani. Costoro dicono: non c’è niente da fare, il mondo è stato sempre e sarà sempre così! Il cuore cristiano dice diversamente: dice che l’amore è sempre operoso ed efficace; dice che il seminatore non perde mai il seme che con gesto amoroso e largo getta nei solchi. Al lavoro, dunque, fratello mio! Con questa urgenza nel cuore anche la vita interiore della preghiera si irrobustirà: non sentiremo mai nausee e stanchezze; e l’invocazione al Cielo sarà più viva e frequente. La preghiera non è allora legittimazione della nostra pigrizia, ma fermento vivo e illuminante dell’opera nostra” (in “Le città sono vive”, Invito ai fratelli, pp. 167-168; Ed. La Scuola, 2005).

Abbiamo ascoltato? 

Dio si è fatto uomo, per abitare la città degli uomini, per portare umanità nella disumanità: di ieri, erano le città dell’Impero Romano, e di oggi, nelle nostre città.

Gesù, uomo tra gli umani, nuovo uomo, principio di una nuova umanità, di un nuovo modo di stare al mondo, di un nuovo modo di vivere la vita e di lasciar vincere le ragioni della vita, sempre, ovunque, mettendo – come ci ha ricordato La Pira – “l’amore al lavoro”.

Lo comprendiamo bene? Lo crediamo davvero?

Altrimenti potrebbe capitarci di dire “Buon Natale di Gesù” e non avere spazio per Lui; di avere cuori, menti e anime già occupate dal covid e dalle sue conseguenze.

Oppure dire “Buon anno del Signore 2022” e vivere ancora come se fossimo nel 2021 o nel 2020, senza permettere al Signore della storia e delle nostre vite di introdurci nel suo “amore al lavoro”, introdotti da Lui, e non dal covid e dalle sue conseguenze, nel nuovo anno.

La differenza è sostanziale: con Gesù e il suo amore c’è vita; senza, solo disperazione e morte.

Con Gesù o senza Gesù significa uniti o divisi; amici o nemici; solidali o soli; fratelli o estranei.

Al termine dell’anno 2019 ci sentivamo al sicuro, con le nostre abitudini, con le nostre certezze, con le nostre libertà personali e comunitarie, ma non avevamo fatto i conti con la nostra fragilità umana.

In apparenza, tanto forti, avanzati nelle tecnologie, nelle conoscenze scientifiche, da sentirci capaci di sostituirci a Dio, al Creatore, all’Onnipotente, e in realtà poi così deboli e mortali dinanzi a un invisibile e letale virus.

Entrati nella pandemia, con l’anno 2020, pensavamo che un anno potesse bastare per superare questa infausta prova.

Sono invece passati due anni e il 2022 che inizia sembra portarci indietro e non avanti, tra nuove limitazioni e dunque paure, la preoccupazione di nuovi contagi da cui proteggersi e proteggere gli altri.

Mai, come mai in passato, tutti, ma proprio tutti e senza distinzione, ci siamo ritrovati bisognosi d’amore, di essere compresi, di essere aiutati soprattutto a non rimanere soli; tutti più bisognosi di famiglia, di fraternità, di attenzioni personali, di futuro: in una sola parola di vita, di vera vita.

E, in realtà, anche se molti fanno fatica a dirlo, tutti intimamente bisognosi di Spirito Santo, dell’azione di Dio in noi, in tutti noi nell’attesa di essere liberati dalla prova e dalla sofferenza da covid-19.

È Lui, lo Spirito Santo, la pace che giunge nel cuore quando siamo nella tempesta della vita.

È Lui, lo Spirito Santo, la consolazione che abbraccia la nostra vita quando siamo o ci sentiamo soli.

È Lui, lo Spirito Santo, la luce che ci guida avanti quando ci sentiamo avvolti dalle tenebre dell’incertezza.

È Lui, lo Spirito Santo, che questo e molto, molto altro aggiunge alle nostre vite manchevoli, con l’effusione del Suo amore.

Sì, è proprio l’effusione dello Spirito d’amore la soluzione ai mali correnti.

Chi ne fa esperienza, chi gode dei suoi benefici – e noi possiamo darne testimonianza – è una persona nuova, capace di relazioni nuove, che vuole sempre il bene comune e che non si arrende dinanzi al male.

*****

Pertanto, avviandomi all’ultima parte di questo mio Messaggio, è ora tempo di dire grazie, Te Deum laudamus, “Dio, noi ti lodiamo”.

È proprio nel segno dell’effusione dello Spirito, scelta prioritaria che abbiamo posto a fondamento dell’anno 2021, che desidero dire grazie, un grande grazie, personalmente e a nome del Comitato Nazionale di Servizio, del Consiglio Nazionale e dell’Assemblea Nazionale del RnS.

Mi rivolgo ai membri del RnS, guardando al cammino svolto a livello nazionale e locale nell’anno 2021 per dire a tutti il mio, il nostro Te Deum laudamus.

Grazie, intanto, a quelli che nel Signore non si sono arresi e hanno faticato più degli altri per andare avanti, resistendo alla tentazione di fermarsi, in primo luogo i responsabili e gli animatori del RnS, a partire dai nostri Cenacoli, Gruppi e Comunità, per tenere ben vivo il nome del nostro Movimento.

Grazie di aver dimostrato il valore grande dell’unità nella diversità, la bellezza del nostro cammino nella varietà di espressioni: Pastorali di servizio, Comitati Diocesani di Servizio, Ministeri e Ambiti a livello regionale e nazionale.

Grazie a quelli che nel Signore hanno rischiato di più, nel rispetto delle regole, anche contro le eccessive prudenze di chi voleva che rimanesse tutto ancora chiuso.

Grazie a quelli che non hanno smesso di sognare con noi, di avere visioni e di aver dato credito alle novità dello Spirito, anche quando queste appaiono faticose ed esigenti.

Grazie a quelli che si sono presi cura degli ultimi, dei più poveri e degli impoveriti tra noi, e hanno riscoperto l’ideale della fraternità operosa.

Grazie, Te Deum laudamus.

Se dovessi riepilogare tutta la nostra programmazione social, con i milioni di minuti di visualizzazioni dei momenti di adorazione, delle rubriche di evangelizzazione e di formazione, e poi tutti gli eventi finalmente in presenza, con tutte le novità registrate nel 2021, e dunque menzionare tutte le persone che volontariamente si sono impegnate, ebbene avrei davvero bisogno di tanto, tanto tempo.

A ciascuno di loro, grazie! Te Deum laudamus.

Voglio, però, anche se solo per pochi istanti, richiamare alla nostra memoria alcuni eventi davvero salienti dell’anno 2021, per dire altrettanti Te Deum laudamus.

Te Deum laudamus per don Michele Arcangelo Leone, nominato dal Consiglio Permanente della CEI terzo Consigliere Spirituale Nazionale del RnS, dopo mons. Dino Foglio e don Guido Maria Pietrogrande. Ci sentivamo orfani, dopo la nascita al Cielo di Don Guido; adesso abbiamo il nostro Consigliere Spirituale.

Te Deum laudamus per lo speciale Seminario di vita nuova nello Spirito online, con Gruppi e Comunità attivati in loco per vivere le dinamiche previste: non so quantificare il numero esatto, ma non meno di 40.000 persone, lungo la Novena di Pentecoste, si sono preparate a ricevere una nuova effusione dello Spirito nel corso della 43^ Convocazione Nazionale, celebrata in diretta on line nel giardino della Sede nazionale del RnS, e vissuta da 57.000 persone da tutta Italia e da 21 Paesi del mondo collegati.

Te Deum laudamus per l’estate di formazione vissuta in 33 Scuole Regionali, con circa 5.000 animatori presenti e tante equipes regionali attivate per la realizzazione del medesimo format.

Te Deum laudamus per la Scuola Nazionale di Animazione Carismatica, che ha radunato animatori scelti da tutta Italia in capo ai Ministeri della Preghiera, della Musica e Canto, dell’Intercessione, dell’Ecumenismo, per il rilancio di questi 4 Ministeri.

Te Deum laudamus per la Vacanza Carismatica Giovani, il Raduno nazionale dei nostri Giovani che, in 200, si sono ritrovati in rappresentanza di tutte le Regioni.

Te Deum laudamus per il 14° Pellegrinaggio Nazionale delle Famiglie per la Famiglia vissuto, per la prima volta, in contemporanea, in 20 Santuari di 20 Regioni d’Italia e Svizzera, con centinaia di famiglie, per inaugurare lo stile sinodale voluto da Papa Francesco.

Te Deum laudamus per il Ritiro Nazionale per Sacerdoti, Diaconi e Religiosi, ad Assisi, nei luoghi francescani, in presenza, con circa 200 presenze.

Te Deum laudamus per la 45^ Conferenza Nazionale Animatori “diffusa”, con un luogo fontale, in Fiuggi, e 137 luoghi diocesani e interdiocesani in Italia, Svizzera, Germania, Francia e Moldova, per conclamare lo spirito sinodale voluto da Papa Francesco nelle Diocesi ed esperimentare un impegno mai visto in passato da parte di coordinatori diocesani, animatori, volontari, tecnici a vantaggio di oltre 11.000 partecipanti.

Con questa Conferenza, sotto lo sguardo di Maria, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, abbiamo inaugurato il Giubileo d’Oro del Rinnovamento in Italia, con la bellissima notizia dell’Indulgenza plenaria concessa dal Santo Padre per tutte le circostanze in cui il RnS, a ogni livello, si riunirà per pregare e celebrare nel corso dell’anno giubilare.

Te Deum laudamus per Papa Francesco, per i nostri Vescovi, che ci seguono e ci accompagnano, ai quali rinnoviamo la nostra obbedienza e assicuriamo la nostra collaborazione sincera e fattiva, a sostegno del Magistero ecclesiale corrente.

Credetemi, non potevamo avere introduzione migliore all’Anno del Signore, giubilare, 2022.

*****

Ora, come vogliamo che sia questo anno? Vorrei dire, senza esitare: che sia a misura di Spirito Santo!

Un anno da vivere intensamente, comunitariamente, carismaticamente, a misura di Spirito Santo, cioè senza prendere le misure alla gioia e alla grazia che Dio ha in serbo per noi, perché se noi prepariamo la mensa, lui ha già approntato le vivande per sfamarci e dissetarci!

Un anno che ci renda ancora più carismatici, quindi incarnati come credenti e cittadini, a partire non dalle nostre voglie, ma dalla volontà di Dio, con l’umiltà e la passione che il tempo, le vicende umane, le nostre famiglie richiedono.

Un anno che ci stupisca, che ci sorprenda nel bene che sapremo e potremo compiere, e vorrei che fosse tanto, se aumenteremo la preghiera e la condivisione della vita, così da essere solamente quello che ci è chiesto di essere: dei servitori.

Un anno fatto di giubilo, di memoria grata, di nuova semina, di speciali incontri ed eventi, con i quali raccontare le meraviglie del Signore, a più voci, in più luoghi, come già accaduto nel 2021, perché tutti possano sentirsi parte attiva e impegnata nella grande famiglia del RnS.

Un anno in cui sentirsi davvero, profondamente bisognosi di tutti e di ciascuno, perché ciascuno di noi è un dono per l’altro, deve farsi dono per l’altro, non deve fare mancare il dono di sé.

Papa Francesco, nel suo Messaggio scritto per la 55^ Giornata Mondiale della Pace 2022, che tradizionalmente cade il primo gennaio di ogni anno, ha fatto un appello ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, affinché insieme camminiamo su tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace”.

Noi vogliamo essere tra questi. Noi non vogliamo stare a guardare o tenere le nostre braccia solo elevate al Cielo e non offerte agli uomini e alle donne nostro prossimo.

E dal momento che si tratta di un Anno giubilare, vogliamo che sia un anno in cui viga tra noi lo “spirito del giubileo”, nell’essere misericordiosi e generosi.

Siamo chiamati a estinguere i nostri debiti, materiali e spirituali, dunque a rimediare alle tante ingiustizie che ci sono nel mondo e a risolvere le difficoltà che sono in mezzo a noi.

Come ho affermato nelle mie conclusioni alla recente 45^ Conferenza Nazionale Animatori:

Giubileo è restituzione; è sollevare chi è povero, in difficoltà. E la meraviglia è che i primi poveri siamo noi. Noi che abbiamo deciso, da poveri, di volere aiutare tanti, molti di più, mettendo tutto noi stessi per fare andare avanti questa corrente di grazia, per fare avanzare il regno di Dio. O si evangelizza o si muore. Evangelizzare è come fare figli. Se il tasso di natalità è zero, il futuro vale zero, semplicemente ci sarà estinzione non crescita. Allora giubilo nel servire, nel sovvenire, nell’aiutare, nel consolare, nel fare crescere, nel diffondere, nell’aprire nuovi gruppi, nel portare a tutti il Seminario di vita nuova nello Spirito, nel mettere a lavoro i giovani, le famiglie, i sacerdoti, gli anziani di cammino”.

Ecco: la gioia, il Giubileo, che deriva dalle nostre opere, dalla nostra missione, perché se anche sono passati 50 anni, il RnS è ancora solo all’inizio e sempre deve riiniziare!

Auguri, allora, buon Anno Giubilare 2022! Alleluja!

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