Triduo Pasquale 2026
Venerdì Santo
3 APRILE, 2026
«Ho sete» (Gv 19, 28)

Due parole: «Ho sete» (Gv 19, 28). Le più brevi e le più abissali che Gesù pronuncia dalla croce.
Due parole che l’evangelista Giovanni – il solo presente sotto la croce tra gli Apostoli, il solo testimone oculare di quel momento – consegna alla Chiesa come una ferita aperta nel costato della storia.
«Ho sete».
Sete di acqua, anzitutto. Sete di un corpo martoriato dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla via crucis, da ore di agonia sotto il sole di Gerusalemme.
Gesù, il Verbo eterno per mezzo del quale tutto è stato creato (cf Gv 1, 3), ha sete.
Colui che alla samaritana aveva detto: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno» (Gv 4, 14), ora ha sete.
Colui che nel Tempio aveva gridato: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva» (Gv 7, 37), ora è Lui ad avere sete.
«Ho sete».
Ma la sete di Gesù non è solo sete d’acqua. È sete d’amore. È sete di noi. È sete della nostra salvezza, della nostra conversione, della nostra risposta al dono della Sua vita.
Giovanni annota con precisione: Gesù, «sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: Ho sete» (Gv 19, 28). Quella sete adempie la profezia del Salmo: «Nella mia sete mi hanno dato aceto» (Sal 69, 22). Sulla croce Gesù ha sete: gli uomini Gli danno aceto, non acqua.
«Ho sete».
Non è forse questo il dramma del nostro tempo? Dio ha sete dell’uomo e l’uomo non si accorge.
Dio ha sete di giustizia e il mondo si disseta di vendetta.
Dio ha sete di pace e noi gli offriamo l’aceto delle guerre, dei rancori, delle indifferenze.
In quest’ora, mentre contempliamo il Crocifisso secondo il racconto della Passione di Giovanni (Gv 18, 1 – 19, 42), pensiamo a quanti hanno sete, oggi, nel mondo.
Sete d’acqua, nei campi profughi e nelle terre arse dalla siccità.
Sete di giustizia, nelle carceri e nelle periferie dimenticate.
Sete di pace, sotto le bombe che cadono su Gerusalemme, su Kharkiv, su Khartoum.
Sete di dignità, nelle fabbriche dello sfruttamento e nelle rotte della disperazione.
«Ho sete».
Scriveva uno dei primissimi Padri della Chiesa, sant’Ireneo di Lione: «Sulla croce, Cristo ha ricapitolato in sé tutta la sete del mondo: la sete degli innocenti, la sete dei perseguitati, la sete di tutti coloro che gridano a Dio dal profondo dell’abisso» (in «Adversus Haereses», V, 17, 4).
E il grande Isacco di Ninive, maestro della tradizione siriaca: «Non chiamare Dio giusto soltanto, perché la Sua giustizia non si è manifestata nei tuoi meriti. Se Davide Lo chiama giusto e retto, il Figlio Suo ci ha rivelato che Egli è prima di tutto buono e misericordioso» (in «Discorsi ascetici», I, 51).
Parole luminose, queste, che ci insegnano a non ridurre Dio alla nostra misura, ma a lasciarci misurare dalla Sua misericordia.
Venerdì Santo
Gesù ha sete di noi.
E noi, di che cosa abbiamo sete? Abbiamo ancora sete di Lui?
Abbiamo ancora sete del Suo perdono, della Sua misericordia, della Sua pace?
Abbiamo ancora sete di quel Sangue e di quell’Acqua che sgorgheranno dal Suo costato trafitto (cf Gv 19, 34), segno del Battesimo e dell’Eucaristia?
Preghiamo:
“Sangue del Cristo, che scorri dal costato aperto, battezzaci nella speranza che non muore!
Acqua del Cristo, che scorri dalla croce, disseta la nostra sete di salvezza!
Sangue del Cristo, che bagni la terra arida dei nostri rancori, fecondaci di misericordia!
Acqua del Cristo, sorgente della pace vera, converti i cuori dei violenti e consola le vittime!
Sangue del Cristo, versato per molti (cf Mt 26, 28), rendici capaci di amare i nemici!”
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